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Recensione a cura di

Scheda Film

Un film duro e penetrante come un proiettile, terribile nella sua visione pessimistica della realtà, affascinante nel taglio registico che Bresson vi imprime, quasi a squadernare una realtà matrigna attraverso una pioggia di immagini scarnificate, crude, palesemente reali, con una fotografia scarna e cristallina ammantata di un bianco e nero opalescente. Il protagonista di questa storia è un asino di nome Balthazar, dapprima viene allevato da Marie con amore poi venduto dal padre di lei, il suo calvario attraverso una terra ostile, nelle mani di padroni che lo torturano, lo malmenano, annientano la sua essenza di creatura vivente. Breton al suo capolavoro, un’opera leopardiana nella raffigurazione della Natura, ma memore didascalicamente della lezione di certa narrativa russa come Dostoevsky o Gogol. E a proposito di Dostoevsky, pare che Bresson si sia ispirato proprio a lui per il soggetto di questo film leggendo un brano dell’Idiota in cui il Principe Miskin, arrivato a Basilea, viene svegliato la mattina seguente dal ragliare di un asino “che gli schiarisce le idee” e lo rasserena immediatamente. Una scena che riaffiora spesso alla memoria è il battesimo di Balthazar da parte di Marie e suo fratello, i due bambini fanno entrare l’asinello in casa poi gli aspergono il muso con l’acqua della santità e gli fanno assaggiare il sale della saggezza. L’asino sembra gradire più la saggezza.

Titolo originale: Au Hasard Balthazar

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