Recensione a cura di

Scheda Film

C’è una voce dentro ognuno di noi, una parte celata di noi stessi che continua, digrignando i denti e sussurrando nell’ombra, a commentare le nostre azioni, a parlarci furtivamente ispirandocene altre. Chuck Palahniuk, scrittore che esplora il registro psicologico di ogni storia che scrive, è interessato a capire cosa sia questa voce per farne un portentoso elemento narrativo intorno al quale creare una storia. Il grande congegno narrativo di Fight Club, il suo primo romanzo uscito nel 1996, è incentrato su questa presenza che sdoppia ognuno di noi in un “altro da sè”, come un riflesso riverberato nel quotidiano che prenda vita, un angelo custode fabbricato tra le pieghe della nostra coscienza. Fight Club è una storia non facile da trasporre sul grande schermo, contiene implicazioni psicologiche difficili da rendere visivamente e una trama sicuramente politically incorrect, eppure Fincher ne tira fuori un film sontuoso dove ogni cosa appare perfettamente sincronizzata e asservita al meccanismo narrativo.

Il protagonista (il cui nome non viene mai rivelato) lavora per una compagnia automobilistica, nel ramo assicurativo. E’ nevrotico, schiavo degli oggetti che acquista con maniacale serialità, paranoico e frustrato da una vita trascorsa in solitudine, frequentatore assiduo di gruppi di ascolto delle malattie più disparate per assecondare un morboso voyeurismo e poter piangere in gruppo perseguendo una sorta di terapia catartica. Durante uno sei suoi viaggi d’affari incontra l’uomo che gli cambierà la vita: Tyler Durden. Questi si qualifica come un venditore di saponette, sembra un bizzarro ragazzo un po’ svitato. Rientrando a casa il narratore scopre che la sua casa è andata distrutta da una fuga di gas, disperato telefona a Durden che si offre di ospitarlo nella sua fatiscente abitazione. Frequentando Durden il narratore assumerà le sue abitudini di frequentatore della notte metropolitana imparando a battersi come terapia per curare il proprio spirito. Inizia così la creazione di un club dove i membri di tutte le estrazioni sociali se le suonano di santa ragione, soltanto per il gusto di sfogarsi, senza alcuno scopo agonistico. Con l’andare del tempo quella che sembrava una setta underground di sciroccati si trasformerà in un’organizzazione paramilitare con scopi eversivi. Una volta compresi i reali scopi di Durden il narratore cerca disperatamente di appellarsi a lui per non commettere attentati, ma la domanda che pone a Durden risuona come un’eco in una grande stanza vuota, un pallido riflesso proveniente da uno specchio che gli rimanda il suo volto stralunato. Niente è come sembra, non lo è mai in realtà.

Titolo originale: Fight Club

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