Recensione a cura di

Scheda Film

Gianni Rodari in un luogo particolarmente illuminante del suo saggio “Grammatica della Fantasia” descrive così la genesi di una fiaba nel suo impulso creativo primario: “L’immaginazione del bambino, stimolata a inventare parole, applicherà i suoi strumenti su tutti i tratti dell’esperienza che sfideranno il suo intervento creativo. Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma, all’uomo intero, e non solo al fantasticatore.”. Wes Anderson, grande artigiano della fiaba, sembra sposare alla lettera questo assunto di Rodari costruendo il suo meraviglioso castello iconografico del Grand Budapest Hotel con ogni strumento a sua disposizione. La sua arte nel plasmare questa storia surreale eppure così tremendamente attagliata a certe feroci episodi del passato sembra essere conscia del messaggio universale di cui è portatrice.

Nel 1932 il Grand Budapest Hotel è il fiore all’occhiello dell’ospitalità nella Repubblica di Zubrowka. Nella grande Hall si avvicendano celebrità, dignitari e nobiltà mitteleuropea. Gustave è il concierge che funge da Deus Ex Machina: impartisce ordini, tiene i rapporti con il personale e le pubbliche relazioni con i gentili ospiti. E’ un signore dai gusti raffinati e un po’ grotteschi (ama fare sesso con donne anziane), adora la poesia e il buon gusto. Una delle sue attempate amanti muore in circostanze misteriose e gli lascia in eredità un prezioso dipinto di Johannes Van Hoytl il Giovane: Il ragazzo con mela. Gustave si reca a ritirare il dipinto con Zero, il nuovo lobby boy preso sotto la sua ala protettrice. Intorno a questo dipinto si scatenerà ben presto una surreale partita a scacchi tra parenti delusi dal testamento della nobildonna dipartita e Gustave. Gustave intanto viene arrestato perchè creduto implicato nella morte della donna che in realtà non ha lasciato solo il dipinto a Gustave ma l’intero suo patrimonio. Una girandola di mirabolanti avventure si susseguono a ritmo serrato con il coinvolgimento di: un’invasione militare da parte di una forza occupante che ricorda molto da vicino i nazisti, uno spietato assassino al soldo di uno dei terribili figli della nobildonna, una ragazza con una voglia a forma di Messico sulla guancia, dei dolci di una bontà talmente soprannaturale da rendere più miti anche spietati assassini in carcere, e la lista potrebbe continuare molto a lungo.

Grand Budapest Hotel è il trionfo della creatività, della fantasia, della meraviglia sussurrata sotto forma di favola. Wes Anderson diviene irresistibile affabulatore nella penombra che ci seduce con la sua malia iconografica, con le sue sinuose simmetrie, con le sue creature obliquamente stupefacenti. Una cascata di favole investe lo spettatore che rimane frastornato e sorridente a seguire il flusso fantastico, perchè, per dirla con Gianni Rodari, ogni uomo ha bisogno di favole per vivere, non solo i fantasticatori.

Titolo Originale: The Grand Budapest Hotel

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