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Recensione a cura di

Scheda Film

Nel suo ultimo film Ozu riprende la storia di Tarda Primavera e la ridipinge con i colori della “melancholia”. L’afflato crepuscolare che permea l’intera opera del Maestro nipponico si acuisce in questo suo ultimo film e diviene una sorta di disincantato sguardo al caos che pulsa ossessivo sotto il reale per divenire pura essenza lirica. Ozu lavora sulle atmosfere, sui personaggi, sui dialoghi, portando avanti un granitico e coerente ritratto della sua idea di cinema. Un vedovo che vive nella zona industriale di Kawasaki con la figlia ventiquattrenne si rende conto che a quest’ultima occorre lasciare il nido e costruirsi una vita lontano da lui. A dispetto del suo rigore morale (e del suo amore per la figlia) tenterà con ogni mezzo di convincere la ragazza a lasciarlo. Il passato diviene terra di confine brulicante di mostri della memoria. Il futuro un’opzione incerta e fumosa verso cui protendere arditamente la mano. Una speranza di rinascita aleggia su tutto, insieme ad una disperata elegia che ne rinsalda il respiro spingendola silenziosamente verso il nostro cuore. La poetica delle piccole cose, una sorta di piccolo tesoro che sale potente dalla quotidianità, affascina irrimediabilmente questo regista e ne costella tutta l’opera. Un lungo viaggio d’addio per il Maestro, un lungo sommesso canto poetico che ci lascia in guisa di testamento, un dono prezioso da custodire con cura. Ozu si conferma un gigante tra i giganti della Settima Arte.

Titolo originale: Sanma no aji

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