Recensione a cura di

Scheda Film

Travis Bickle è un veterano del Vietnam riciclatosi come tassista. Vive come un disadattato ai margini della società, la sua angosciante solitudine rimbalza tra le quattro pareti del suo appartamento. Il suo unico contatto con il mondo esterno ce l’ha quando guida, davanti ai suoi occhi scorrono le notti di New York in una galleria di marciume e indecenza tali da saturarlo, da nausearlo profondamente. S’innamora di un’attivista politica e la corteggia portandola a vedere un film porno. Le continue ingiustizie a cui l’uomo assiste, non ultima il maltrattamento di una prostituta minorenne, lo precipiteranno in uno stato di negazione totale, la feccia che lo circonda si fonderà osmoticamente con la sua angoscia interiore fino ad avvolgere il mondo intorno a lui facendolo esplodere. Attraverso la redenzione di Iris, Travis intravede una speranza di salvezza, un’occasione per scrollarsi di dosso la lordura che lo ricopre. La chiave di volta di quest’opera resta la radiografia psicologica del protagonista e la sua inesorabile deriva nella follia. La scena memorabile tatuata nell’immaginario di tutti noi è quella in cui Travis affronta il suo riflesso allo specchio con le armi in pugno apostrofandolo con un: “Ehi tu, ce l’hai con me?”. La bellezza di Taxi Driver risiede nella metamorfosi del concetto di violenza, dapprima una visione laterale della violenza: di sfuggita nelle strade, attraverso i finestrini del taxi di Travis, poi una violenza che crepita come un fuoco sotto la cenere nell’animo di Travis, repressa e riaffiorante a tratti nei suoi comportamenti stralunati e paranoici, infine la violenza in tutta la sua spietata potenza che erutta sommergendo tutto il Reale. Un documento quasi clinico che il regista compila con spietata lucidità cinematografica, quasi un cronista che segue la deriva di un uomo con glaciale professionalità.

Titolo originale: Taxi Driver

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