Recensione a cura di

Scheda Film

Chaplin all’apice della sua arte crea un film che diviene icona delle nevrosi a cui viene sottoposto l’uomo moderno dinanzi all’incedere del progresso tecnologico. Un film di una finezza e di una raffinatezza senza pari. Celeberrima la scena alla catena di montaggio e il viaggio di Charlot dentro gli ingranaggi della macchina, metafora fin troppo lampante di come l’uomo sia in qualche modo stritolato dai tempi frenetici e dai ritmi di lavoro dei nostri giorni.

Charlot è un giovane operaio di una grande azienda in cui il suo unico compito è quello di stringere i bulloni durante le fasi della catena di montaggio. I ritmi massacranti, i gesti ripetitivi e la conseguente alienazione lo portano a perdere il lavoro e ad essere internato in una clinica psichiatrica. Quando esce verrà erroneamente scambiato per il capo di una rivolta operaia e recluso in carcere, qui grazie ad una circostanza fortuita riuscirà ad evitare una rivolta e ad ottenere la grazia. Di nuovo fuori troverà lavoro presso i cantieri navali del porto per combinare ancora un immane disastro. E così via passando di catastrofe in catastrofe fino a trovare un’anima gemella con cui condividere le piccole grandi sconfitte che, in quei tempi duri, riservava ciclicamente la vita.

L’alienazione e il senso di straniamento non giungono tanto dai ritmi lavorativi ossessivi ma dal sentimento di non appartenenza verso un mondo ipercomplesso, divorato da tecnologia e scienza del profitto, totalmente svuotato di umanità. Un capolavoro dell’arte tout court, un’opera di vera denuncia sociale compiuta attraverso lo sguardo disincantato e ironico di un adorabile vagabondo.

Titolo originale: Modern Times

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