Puntata monografica questa di Viaggio nella Luna, e non poteva essere altrimenti, sul grande regista svedese Ingmar Bergman in occasione del centenario della sua nascita (14 luglio 1918 – 14 luglio 2018). Marco, Federico e Francesco si sono occupati di ripercorrere le tappe di quella che a tutti gli effetti è stata una carriera che ha segnato profondamente la Storia del Cinema mutandone sistematicamente i parametri estetici e narrativi. Attraverso la disamina di tre film cardine nel percorso estetico del Regista di Uppsala si è tentato di enucleare i temi ricorsivi che rappresentano di fatto una chiave di lettura universale per addentrarsi nel profondo significato delle sue opere. I ragazzi compiono in sostanza un percorso a ritroso iniziando a parlare di Fanny e Alexander, il film più autobiografico di Bergman, transitando dal complesso e delicato congegno psicologico di Persona fino alla teatralità universale de Il Settimo Sigillo. Enucleando per ciascun film i topoi salienti si è approdati ad una sorta di modus operandi del Maestro Svedese, un ricorso a tematiche che mutandosi attraverso la maturità artistica ruotano indistintamente intorno all’uomo e alle sue implicazioni ontologiche. I tre film di cui si è parlato sono i seguenti:

Fanny e Alexander (1982)
Persona (1966)
Il Settimo Sigillo (1957)

In particolare, nel corso della discussione, si è identificato nel monologo dell’infermiera Alma nel film Persona il senso ultimo della poetica di Bergman, la sua illuminata visione dell’uomo come maschera decadente in una realtà fittizia e ostile:

“Credi che non ti capisca? Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa e provoca quasi un senso di vertigine, un timore di essere scoperta, di vederti messa a nudo, smascherata, riportata ai tuoi giusti limiti. Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia. Qual è il ruolo più difficile? Togliersi la vita? Ma no, sarebbe poco dignitoso. Meglio rifugiarsi nell’immobilità, nel mutismo, così si evita di dover mentire, oppure mettersi al riparo dalla vita, così non c’è bisogno di recitare, di mostrare un volto finto o fare gesti non voluti. Non ti pare? Questo è ciò che si crede ma non basta celarsi perché, vedi, la vita si manifesta in mille modi diversi ed è impossibile non reagire. A nessuno importa sapere se le tue reazioni siano vere o false. Solo a teatro il problema si rivela importante e forse neanche lì. Io ti capisco, Elisabeth… e quasi ti ammiro. Secondo me devi continuare a recitare la tua parte fino in fondo finché essa non perda interesse, e abbandonarla così come sei abituata a fare passando da un ruolo all’altro.”

In questo lancinante scarto tra umanità e parvenza, tra sostanza e forma risiede forse l’ultimo grande lascito che Ingmar Bergman dona al suo pubblico: un terribile sguardo all’animo umano e ai suoi contorti meccanismi, una visione disperatamente disincantata delle infinite maschere attagliata alla natura stessa dell’uomo, e per questo ancora più spaventose, ancora più deliranti nella loro inafferrabilità.

In studio conducono Federico Minguzzi, Marco Belemmi e Francesco Morosini

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