Si fa molta, molta fatica a parlare di Star Wars con oggettività, senza sparare delle banalità imperiali col cannone a onde moventi della Yamato, senza chiamare in causa una dimensione quasi parentale che è legata ad una saga che, proprio come un familiare, ci sta accompagnando da quattro decadi esatte per il tortuoso sentiero della fantascienza cinematografica, quarant’anni fatti di amore e odio che… vedete?

Sto parlando da una quindicina di secondi e già sto facendo la barba alla retorica, ed è di quest’ultima che mi vorrei sbarazzare parlando di quest’ultimo The Last Jedi, ma partiamo comunque da un presupposto ovvio ma dovuto: amo molto Star Wars e la sua saga, ma non faccio neanche parte del novero degli zeloti o degli jihadisti starwarsiani che sono pronti da subito ad elevare nell’empireo un film o a farlo brillare col semtex in caso contrario, che dissezionano i vari trailer col bisturi, e poi il teaser del trailer del trailer, che sono in grado di affossare un film intero solo perché Poe Dameron fa la battuta che nemmanco le barzellette del Cucciolone al generale Hux, e magari si lamentano dell’effettiva praticità della spada laser di Kylo Ren o della dubbia ergonomia di BB-8 all’interno di un X-Wing rispetto ad un’unità C1, o R2 che dir si voglia, o della triste eventualità che la scacchiera per giocare a Dejarik sul Millennium Falcon de Il risveglio della Forza abbia un diametro ridotto di 0,8mm rispetto a quella che si vede nel Guerre Stellari del ’77…

Insomma, amo molto Star Wars, amo circondarmi di alcuni ninnoli che provengono da questa saga, ma non ne sono un cultista vero e proprio, il mio scibile si limita agli episodi cinematografici, non ho letto i libri, non so cosa accade all’interno della serie animata in CG, quindi non posseggo quel bagaglio culturale fatto di sottotesti e retropensieri che trasformano alcuni fruitori dell’expanded universe di Star Wars in veri e propri pantocratori depositari della verità assoluta che, se tuonano il loro parere assoluto dicendo che una cosa fa schifo, allora deve far vomitare il mondo intiero, e chi sostiene il contrario è una gigantesca pila fumante di escrementi che non capisce un tubo di cinema.

Dico questo perché quando il 13 dicembre scorso sono uscito dalla prima di The Last Jedi ero decisamente deluso, anzi, non subito, perché solitamente accade che appena esco dal cinema dopo aver visto un film per cui nutrivo certe aspettative e ho capito che non mi è piaciuto, il mio cervello si comporta come un ubriaco al limite del coma etilico che, proprio perché fradicio rifiuta completamente l’idea di essere in preda ai fumi dell’alcol poi, percorrendo il tragitto che mi separava da casa, ho capito che non c’era nulla da fare, ero incazzato e deluso per quello che avevo appena visto e non potevo mentire a me stesso, e arrivato alla mia magione ho sentito il bisogno di prorompere in maniera istintiva sul social faccialibro per dichiarare urbi et orbi il mio disappunto, dicendo in sostanza di non voler più bene alla saga. Ovviamente non è così, io a Star Wars continuerò a volergli bene, ma ciò non toglie che comunque a me questo episodio non è piaciuto, non mi ha spaccato a metà, non ha prodotto un maremoto yin-yang come è doverosamente accaduto per la maggior parte dell’utenza il cui animo è stato tranciato in due parti uguali dagli Ultimi Jedi. Non mi è piaciuto, anche se spero che sia piaciuto a molti, e ribadisco, quei molti per certi versi li invidio perché hanno saputo vedere il buono di questo prodotto che io non ho ravvisato, e quei molti li rispetto anche assai perché non faccio parte della risma dei sopraccitati pantocratori che si divertono a scagazzare sulla qualunque e, molto spesso, adorano massacrare i blockbuster perché fa fico e trasgressivo.

Allora, dopo Il risveglio della Forza, che è stato un furbo analgesico – per carità, bello, eh – per alleviare il mal di testa provocato dagli episodi uno, due e tre, rimane ovvio che The Last Jedi sia un tentativo di sparigliare le carte, o rimetterle in ordine, dipende dai punti di vista, per dare una sorta di nuovo inizio alla saga che per certi versi si deve sgravare di gran parte dei personaggi iconici che l’hanno costellata nel corso degli anni, personaggi che hanno fatto la storia, che ci hanno accompagnato nel corso di questi quarant’anni, che hanno una patina di epicità che ormai trascende le leggende del folklore, sono qualcos’altro e direi che è giunto il momento di lasciarli andare, soprattutto per un solo ed unico motivo, per far sì che il nuovo spieghi le ali senza che venga paragonato continuamente all’età dell’oro di questa saga in maniera incessante e lo dico con l’animo che versa in un profondo stato confusionale perché mentre penso a questo assunto, che è stramaledettamente giusto, al contempo una parte di me sta urlando a gran voce “non ci sarà mai più un Han Solo, un Ben Kenobi, uno Yoda o un Vader, questi non gli sfregano manco le suole delle scarpe, andatevene a cagare tutti, ridateci la roba vecchia, quella buonaaaaaa!”. Insomma il buon vecchio rincoglionito che è in me, che fissa gli operai dei cantieri ed esclama “si stava meglio quando si stava peggio” non è capace di languire sotto le ceneri per sempre, ma ha altresì capito che un cambio è necessario, anche perché, detto ovviamente con rispetto, il tempo passa anche per gli attori e non si può sperare di vederli sul grande schermo ad infinitum con più rughe della buonanima di Jack Palance in “Scappo dalla città: la vita, l’amore e le vacche”.

L’ottimo Luca Baggiarini, cineasta di Rimini, che peraltro non è uno dei detrattori di episodio VIII, anzi, ha scritto su Facebook una cosa per me sacrosanta, cito testualmente: “Dipende tutto da quanto sei disposto a credere in questo film… se sei uno che pensa che Star Wars sia “Tuo”, preparati ad una bella tranvata, ma se sei disposto ad andare avanti…”. Credo che in queste due righe ci sia la sintesi del pensiero che sta ammorbando soprattutto noi vegliardi che siamo i figli della prima ora di Guerre Stellari, è verissimo quanto necessario scrollarci di dosso quella meravigliosa vetustà, questo senso di appartenenza che ci lega indissolubilmente al 1977, al 1980 e al 1983 ma secondo me, e cerco di essere il più obiettivo possibile con me stesso, questo episodio non mi ha lasciato con quella scimmia che ti percuote il cranio, con quell’animosità che ti fa tamburellare le dita nervosamente sul tavolo, che ti ruba il sonno in un’attesa spasmodica, contando i secondi che ti separano dalla prima di Episodio 9. E’ vero che in questo film c’è la volontà di cambiare direzione, ma lo si fa in un modo un pochino loffio e poco avvincente, puntando peraltro alcune volte su una leggerezza che secondo me è fuori luogo, o meglio, non è più calzante, gli episodi 4, 5 e 6 sono figli di un periodo all’interno del quale l’epica fantascientifica se ne andava a braccetto con un po’ di naivetée, tra una laserata e l’altra, e questo era semplicemente perfetto, ma credo che al giorno d’oggi, una saga come quella di Star Wars abbia bisogno di un po’ più di serietà ed oscurità, forse è per quello che ho amato smodatamente Rogue One, che nonostante peschi dalle solide e rassicuranti fondamenta del passato risulta essere uno degli episodi più oscuri e lividi della saga, dove alla fine Darth Vader fa veramente paura, tanto da cozzare con quello che accade nei corridoi della corvetta corelliana nelle battute iniziali di episodio 4, dove il nostro Darth sembra essere decisamente più morbidone e indulgente. Insomma, la gigioneria secondo me non deve più far parte di questa nuova trilogia perché non c’è più tempo, perché c’è estrema tensione e tutto può saltar per aria da un momento all’altro, soprattutto all’interno di una trama semplice che può arrivare da A a B in un solo modo e il tempo per farlo è risicatissimo, quindi è necessaria estrema concentrazione, per cui, caro Finn, se vieni spedito nel pianeta casinò di Saint Vincent, assieme all’asiatica che ti ha taserato un secondo prima, a cercare lo spacca-codici, non ti puoi permettere di perderti nei meandri della sala da gioco esclamando quanto è fico il gioco d’azzardo… o esibirti assieme alla tua socia nella liberazione della mandria delle cavalcature dalla faccia buffa super tuning strizzando l’occhio a Greenpeace.

Con questo non voglio dire che The Last Jedi è tutto un sollazzo, però voglio altresì dire che tutto quello che accade che aderisce alla serietà non mi ha particolarmente gasato. Ad esempio, la poetica del rapporto a distanza, che avviene in maniera più che telepatica tra Kylo Ren e Rey non mi ha lasciato a bocca aperta, non mi ha sconvolto, anzi, direi che non c’è nulla di esaltante in questi colloqui visto che la saga di Guerre Stellari è sempre stata ammantata da persone che parlano con altre su piani diversi dell’esistenza o a distanze siderali, e visto soprattutto che sappiamo bene che c’è un legame tra questi personaggi. La cosa che ho gradito nel rapporto tra i due è stato il risultato finale, che annulla qualsiasi speranza, per ora, di far entrare Kylo tra le fila dei guardiani della luce e dell’ordine, ho apprezzato infatti in quest’ultimo la volontà di annullare la recondita pulsione che lo tiene ancorato al bene, anche se qualche spiraglio si percepisce naturalmente, e ho come il presentimento che più avanti questo spiraglio diventerà una sorta di porta aperta… vedremo.

Non mi ha avvinto l’addestramento che non è un addestramento che avviene tra Luke e Rey, dove anche quest’ultima è in conflitto con sé stessa, la sua volontà traballa e la voglia di essere risucchiata nella voragine oscura dai lovecraftiani richiami, nei recessi del pianeta Ahch-To è chiarissima, perché Rey vuole sapere da dove è venuta e dove sta andando. Luke per certi versi stupisce perché ci si aspettava decisamente altro, invece ci troviamo davanti ad un personaggio convinto che gli Jedi debbano sparire, si esibisce in piccoli gesti inaspettati che mi sono piaciuti, ad esempio quando getta via con noncuranza la spada laser offerta da Rey ci sono rimasto, poi però più avanti si ripiglia grazie alla buon’anima di Yoda che riappare senza alcun preavviso, in guisa di “pupazzo” estratto e resuscitato dalla vecchia trilogia, che peraltro ha anche la voce di Frank Oz, e li devo ammettere che ho sbrodolato, apprezzando il gesto e l’omaggio di questo inserimento.

Non ho amato questa voglia da parte della sceneggiatura di bruciare in un nanosecondo alcuni personaggi che ritenevo decisamente importanti, Phasma che viene levata di mezzo in due secondi da Finn, ma che cazzo è, mica è Game of Thrones! Ma la cosa che mi ha fatto girare le palle, purtroppo, è la morte di Snoke, che avevano introdotto come l’essere più incarognito dell’Universo, più incazzato di Galactus che viene eliminato in quattro e quattr’otto da Kylo e Rey trasformatisi in dinamico duo. In quella scena, che esteticamente è meravigliosa, questo va detto, con un rosso cremisi colour-pop che trasuda Marione Bava a tutto gas e rinzaffa di ottantitudine a randello… però, però ‘sto Snoke che tutto vede e prevede che fino ad un secondo prima faceva mulinare in aria la povera Rey manco fosse un paio di nunchaku viene ucciso dalla sceneggiatura in un modo così poco, poco convincente, ma come, tu che hai tutto sotto controllo non ti accorgi che qualcuno sta manipolando “WITH THE FORCE” la spada laser che hai appena sequestrato e che maldestramente hai lasciato lì sul bracciolo del tuo trono? Poi lasciamo stare che, graficamente parlando, come muore è spettacolare, tranciato in due come la meglio fatality di Mortal Kombat, ci mancava solo la scritta in sovrimpressione “Kylo Ren, Wins, Flawless Victory”, ma perdio, come cacchio fai, tu, angostura del lato oscuro, distillato di malvagità a farti fregare da due principianti, che sì grondano ed eiaculano midi-chlorian da tutti i pori ma che NON SONO OVVIAMENTE ALLA TUA ALTEZZA?! Snoke ucciso perché pecca di presunzione? Per delirio di onnipotenza? No, grazie, non è la soluzione che gradisco, soprattutto perché, tentando di immaginare un episodio 9, non credo che Kylo-Ren possa rivestire i panni di quel cattivone ancestrale che da sempre ha tempestato la saga, quindi suppongo che possa arrivare qualcun altro, ma chi? Qualcuno che introdurranno così alla viva il parroco? Non credo, dev’essere Kylo, ma ‘sto Kylo non ha ancora le credenziali per rappresentare il mega direttore della Lato Oscuro SpA, né ora né in un futuro non troppo lontano della Galassia lontana-lontana, ed è per questo che non nutro una voglia spasmodica o particolari aspettative in merito ad un seguito, ma spero ardentemente di sbagliarmi, spero che gli sceneggiatori e JJ Abrams facciano un ottimo lavoro, che facciano acquistare un po’ di spessore ai nuovi personaggi, soprattutto Rey che per ora ha la profondità di una pozzanghera, che è stata cresimata dall’acqua santa della Forza ma che sempre pozzanghera rimane.

Detto questo credo che, ragionando a mente molto fredda, anche se The Last Jedi non mi è piaciuto, la volontà di proseguire verso una nuova direzione c’è, ed è cosa buona, lo stanno facendo bene? Secondo me no, ma questo è un argomento che si potrà discutere in maniera oggettiva più avanti. Per ora mi limito a dare la mano per il coraggio a Ryan Johnson, perché chiunque sale in cattedra alla regia di uno Star Wars, a prescindere dal risultato, è uno disposto a rischiare e a prendersi la sua sana dose di lodi e sputazzate.

Chiudo con una menzione speciale, quella di Leila che si ripiglia nello vuoto cosmico dello spazio profondo, e che in un impeto che trasuda memorie michelangiolesche di giudizi universali e panneggi affrescati, ritorna nella corvetta all’interno di una sorta di celestiale discesa. Lì non sapevo se applaudire o mandare tutti a quel paese!

Federico Minguzzi

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