Qual è la ragione per cui una produzione blasonata mette nelle mani di un bravo regista come Andrés Muschietti (La Madre è uno dei suoi film più interessanti) il remake di un film come IT? Qual è la collocazione di IT all’interno del panorama del cinema horror? A queste e ad altre domande cercheranno di rispondere la truppa indemoniata di VnL, mai come oggi divisa sul risultato finale. Il casus belli è l’uscita del teaser di IT:

in occasione del quale Federico Minguzzi scrive un lungo pippone (lo stesso Nunziata ammette di non aver letto tutto) che vale la pena di citare per intero per addentrarsi nell’ermeneutica di questa puntata:
“Pensavo di non dire nulla in merito, di non proferire parola perché alla fine della fiera non me ne importa gran che del fatto che sia stato realizzato un remake di IT e che sia in procinto di uscire. Ma vorrei usare questa operazione come gancio, un gancio che non vuole essere pregiudizialmente ostile nei confronti dell’operazione-remake, ma che comunque al mondo dei rifacimenti ci gira attorno.
Parlando del caso specifico, credo che al giorno d’oggi, visto che sono passati quasi 30 anni da quell’IT di Wallace (1990), farne un remake non credo sia un’operazione del tutto sbagliata, per lo meno non sanzionabile, men che meno sacrilega, sì perché il mio modesto regolamento non scritto sui remake consta di una regola e UNA regola sola: “è severamente vietato produrre un rifacimento cinematografico di un capolavoro conclamato del cinema, a meno che tu non sia John Carpenter o qualche altro strafottuto genio”. Ecco, posto questo tento di razionalizzare, spogliando “IT” del 1990, con Pennywise/Curry, di tutto l’allure e l’hype adolescenziale che nel corso di quasi trent’anni si è sedimentato, creando un sostrato di sacralità che ci risulta difficile da scalfire… ma, ecco fatto, con un buon solvente, probabilmente quello dell’obiettività, sono riuscito a togliere tutta la patina chitinosa che lo rivestiva e, alla fine della fiera, posso dire onestamente che “IT” è un film vagamente discreto, che gioca su paure gigione e ataviche (‘o segret’ ‘e pulciniell’) che, per carità, a quei tempi hanno funzionato, ma che costituivano una sola e unica cartucciona che sparata una volta sortiva il suo effetto, sparata una seconda… beh, diciamo che se non era una salva poco ci mancava.
Bene. Che “IT” fosse un film per la tv diviso in due parti lo sanno anche i candelabri, così com’è altrettanto ovvio che la prima parte fosse interessante mentre la seconda era più assimilabile ad una cacata termonucleare dove la massima summa delle nostre paure, che nella mia testa ha tutte le forme e nessuna allo stesso tempo, si sostanziava in un “ragnazzo” che veniva sconfitto a suon di Ventolin (o Clenil Compositum Jet, insomma a colpi di cortisone vaporizzato) e pedate nel culo, e comunque, a prescindere dal cortisone e dai “mae geri” nelle terga dell’aracnide, la seconda parte perdeva immensamente tono e mordente soprattutto perché i ragazzini non erano più tali, e gli adulti che avevano a che fare con paure bambine rendevano scricchiolante un’impalcatura già pericolante.

Insomma, tutto ‘sto pippone per dire cosa? Per dire che è assolutamente lecito fare un remake di un film del genere proprio perché il prodotto seminale alla fine della fiera non è tutto ‘sto capolavoro, anche se ha degli spunti che sono molto interessanti. Ed è questo che dovrebbe fare l’ahimè l’instancabile macchina dei rifacimenti, prendere in esame quelli che sono stati i prodotti fallaci della cinematografia, che avevano comunque buone idee di base, e con sapienza individuare le falle che l’avevano reso qualcosa che faceva esclamare “bellino, peròh… MEH…”, e de lì ripartire per offrire una riproposizione che corregge quegli errori, trasformando il “bigatto” in un farfallone sgargiante. Questo dovrebbe essere.
Se, invece, mi seguono in maniera pedissequa la trama del precedente, offrendoci un prodotto che non ha niente da aggiungere se non la magniloquenza dell’alta definizione, della CG, e della correzione digitale del colore, beh, allora chi lo produce si trasforma in un diabolico coglione che persevera, rimestando in un calderone che ha lo stesso sapore da decenni, e averlo fatto è come non averlo fatto.
PS: Ho “scoperto” che nel remake, Pennywise è interpretato da Bill Skarsgård, che mi fa pensare che questo cognome sta alla Svezia come Rossi sta all’Italia, e invece no. E’ un altro figlio di Stellan Skarsgård, che a quanto pare ha più eredi di Mick Jagger.”

In studio: Federico Minguzzi, Lorenzo Scappini, Francesco Morosini e Alessandro Nunziata

Buon Ascolto!

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