THE BLOCK ISLAND SOUND [2020]
di Matthew e Kevin McManus
con Chris Sheffield, Michaela McManus e Neville Archambault

Da amante viscerale di H.P. Lovecraft non posso fingere, tutte le volte che scelgo un horror a scatola chiusa, in cuori mio mi piacerebbe vedere dei rimandi a questo scrittore, ne ho una fame atavica, una fame che mai si soddisfa e che vorrebbe, il più possibile, che un regista si occupasse di materializzare quelle atmosfere, tangibili e intangibili, per dar forma a quello che si crea nella mia mente ogni qual volta leggo un suo racconto. “Dipingere” Lovecraft in cinematografia a mio modesto dire è sempre stata un’impresa estremamente ardua, per molto tempo sono stato fermamente convinto che tutto il ciclopico scibile del nativo di Providence potesse trovare spazio unicamente sulla carta stampata dei libri, poiché il “confine sconfinato” del foglio ha sempre rappresentato l’optimum per ospitare il torrenziale stile verboso e la strenua ricerca di un lessico talmente complicato da risultare quasi inedito del mio scrittore preferito, fautore di “momenti straordinari” (cit.) dove riusciva col suo talento illimitato a dar corpo all’inimmaginabile, partorendo creature e contesti talmente vasti da non poter essere messi a fuoco dalle flebili barriere della logica e dell’analisi.

Poi, col tempo, registi come Yuzna e Gordon, hanno saputo avvicinarsi alla materia lovecraftiana trasponendola su pellicola in maniera decisamente riuscita, l’approccio che hanno avuto è risultato vincente quanto sapiente. L’Herbert West di cui Combs ha vestito i panni nella saga di “Re-Animator” rimarrà negli annali del genere, così come “From Beyond”, o “Dagon”, che nonostante sfruttasse solo la fascinazione iniziale del racconto, andando poi a pescare a piene mani da “La maschera di Innsmouth” (sempre di H.P., racconto peraltro affine a “Dagon” per questioni squisitamente cosmogoniche) risultava anch’esso un prodotto degno di rispetto. Al mucchio ci aggiungo a giusto titolo anche “Il colore venuto dallo spazio” (2019) di Stanley, che è stato una piacevole scoperta.

Detto questo, e continuando sempre a citare H.P. all’interno della Settima Arte, man mano che masticavo horror con riferimenti diretti alla sua bibliografia, notavo che altri film, che lo omaggiavano indirettamente, avevano su di me una presa decisamente più salda, riuscendo ad inquietarmi parecchio, forse perché le suggestioni lovecraftiane in questo modo avevano la possibilità di penetrare al meglio sfruttando l’elemento sorpresa del non detto e, talvolta, del non visto.
In tal senso è d’obbligo citare quello che a mio parere è di sicuro il capo d’opera della filmografia di Carpenter, “Il seme della follia”, che trasuda echi di H.P. da ogni poro e rappresenta ai miei occhi un cazzo di capolavoro. All’elenco aggiungo con piacere “The Void” (2016) di Konstanski e Gillespie e in ultimo, poi giuro che mi fermo, voglio metterci anche “Punto di non ritorno” (1997) di Paul Anderson, che nonostante risultò essere un flop colossale, per quanto mi concerne entra senza alcun dubbio all’interno di quel territorio dove sono presenti aderenze che fanno capo all’uomo di Providence, anche perché, ogni qual volta si parla dello spazio e oltre, dell’insondabile, e della teoria dell’Orizzonte degli Eventi, per uno come me è praticamente impossibile non fare dei parallelismi con Lovecraft.

Insomma, nel caso non fosse trasparito, chi ama Lovecraft è un individuo estremamente combattuto, perché da una parte vorrebbe lasciare tutti i suoi miti all’interno delle centinaia di racconti che ha scritto, magari sentendosi indignato, ferito e violato nel profondo quando qualche regista prova solamente a sfiorare con la punta del mignolo una delle sue creature, esibendo una malcelata spocchia e un’insopportabile quanto pregiudiziale sufficienza… ma non si può essere così ipocriti, perché per quanto mi riguarda ho sempre bruciato dal desiderio di vedere materializzati su pellicola i mondi di H.P., poiché la mia immaginazione non basta più, ho bisogno di cibarmi di quella di un altro, nella spasmodica ricerca di apprezzare, e quindi divorare, la visione che talentuosi artisti hanno avuto in merito. Perché chi ama Lovecraft lo vuole vedere ovunque, lo cerca dappertutto, e quando lo trova, anche sotto forma di un flebile riferimento, sguazza felice in quella piscinetta di pazzia vibrante che prende forma, e quindi gode della sua ombra che imperversa chiara negli “Hellboy” di Del Toro o ne “La casa delle bambole – Ghostland” di Pascal Laugier, giusto per essere incoerente e fare altri due esempi.

Ecco, “The Block Island sound” è uno di quei film che aderisce a quella corrente cinematografica del Lovecraft indiretto, poi, per carità, ognuno è libero di trarre le conclusioni e i rimandi che preferisce, ma secondo me gli echi all’universo di H.P. qui sono presenti, anche se con questo non intendo assolutamente dire che il film viva unicamente di queste suggestioni, perché come ho già detto molto probabilmente le vedo solo io. Ma è patologico, un patito di H.P. vede H.P. ovunque, un po’ come Jim Carrey vedeva il numero 23 continuamente in quel tiepido film del 2007.
Come recita il titolo, il film è ambientato a Block Island, nello stato del Rhode Island (ma guarda un po’…) e nelle immediate battute iniziali assistiamo al risveglio del pescatore Tom Lynch, che riapre gli occhi riverso sulla sua barca dove tutto è a soqquadro, cordame, cerata, amo da pesca e alcuni pesci morti sono sparsi a terra. Riprendendo conoscenza, Tom ha l’inequivocabile consapevolezza di non sapere cosa diavolo gli sia successo, tirando su una cima dall’acqua con stupore sembra rinvenire quel che sembra essere il collare con medaglietta di un cane, spaesato si guarda attorno mentre dal profondo udiamo un suono sinistro, come un gorgoglìo che rimbomba e sembra uscire delle profondità oceaniche.
A Block Island Tom vive col figlio Harry, quest’ultimo assieme al padre ha deciso di condurre una vita semplice, a differenza delle due sorelle, che si sono fatte una vita altrove, una di queste è Audry, che tempo addietro decise di lasciare l’isola per diventare una biologa marina e farsi una famiglia.
Successivamente all’accadimento di cui siamo testimoni all’inizio, Tom comincia a comportarsi in maniera strana, inizia a vagabondare senza meta per casa come se fosse in preda al sonnambulismo, esce nel cuore della notte per poi tornare senza ricordarsi nulla di quello che ha fatto e, soprattutto, continua a udire sempre più spesso quell’inquietante gorgoglìo che sembra stregarlo sempre più. Unitamente a questo, a Block Island cominciano a verificarsi strani accadimenti, su tutti la morìa di tonnellate e tonnellate di pesci al giorno, i cui corpi si accatastano sulla spiaggia dell’isola quasi a pavimentarla (pensare a “Dagon” è stato automatico). Questo attira l’attenzione di Audry, che pensando di unire l’utile al dilettevole torna con la figlia Emily sull’isola. Poi succede quel che ci si aspetta, Tom dopo l’ennesima uscita in barca, sempre in preda a quella sorta di trance che lo stava rendendo sempre più catatonico non tornerà più. Verrà ritrovato cadavere sulla spiaggia giorni dopo.

Quel che accade in seguito non è certo compito mio rivelarlo, dico solo che “Block Island Sound” nel suo incedere palleggia tra suggestioni lovecraftiane e l’horror del non visto, poiché molto spesso ciò che non ha corpo risulta essere molto più efficace in quanto, forse, incapace di deludere le aspettative non assumendo una forma definita. E questo mistero legato alle profondità oceaniche e a questo suono ben presto investirà anche Harry, indebolito a causa del lutto e quindi prono a essere ingoiato dagli eventi che costellano questo film, che è sostenuto da una sceneggiatura vincente con un contorno di attori che fanno la loro parte egregiamente. Chris Sheffield, che interpreta Harry, riesce ad incarnare molto bene il personaggio compresso dal peso degli avversi numi che è incapace di sostenere, nonostante le sorelle Audry e Jen facciano di tutto per riportare il fratello alla realtà, alla razionalità, ma loro non vedono, e sopratutto non sentono quello che accade. I fratelli McManus danno un significato letterale ad un toponimo, difatti il Block Island Sound nella realtà è uno stretto di mare lungo circa 16 km che si apre sull’Oceano Atlantico e che, nel film, sembra essere il nucleo che genera questo suono, che fa impazzire i dispositivi elettrici e che sembra creare interferenze totalmente innaturali che si paleseranno ad un certo punto in maniera magniloquente, ma sempre in modo aderente a quel non detto di cui si parlava ad inizio paragrafo.

Quindi, “Block Island sound” è un film che, come altri prima di lui, non vuole avere la presunzione di spiegare nulla, e funziona proprio perché non da’ corpo alle sensazioni astratte che si percepiscono durante l’ora e quaranta minuti che scandiscono la sua durata, nonostante l’incedere del film produca sicuramente una fame incredibile di curiosità nello spettatore, che vorrebbe vedere la causa di tutti questi accadimenti prendere corpo mentre l’ombra incombente dei titoli di coda comincia a gravare sul film dopo l’ennesima dissolvenza al nero. Ad un certo punto vorremmo che il film durasse altre sei o sette ore, che ci offrisse litri e litri di conoscenza da bere con le mani a coppetta, togliendoci la sete attraverso una chiara manifestazione, sia essa un’entità aliena pandimensionale, un ammasso di metallo sconosciuto che pulsa o, nel mio caso (patologico), magari un immenso dio marino vecchio di milioni di anni che emerge dagli abissi avvinghiato ad un monolite nero costellato di bassorilievi incomprensibili, ma purtroppo o per fortuna tutto questo non lo possiamo sapere, i McManus lasciano spazio al dubbio che molto spesso titilla molto di più la fantasia del fruitore di film, che dopo la sensazione di amaro in bocca, capirà che probabilmente questa era l’unica scelta giusta da fare. 

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