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Recensione a cura di

Scheda Film

Un film epico in cui narrazione biografica e rivisitazione storica del medioevo russo si compenetrano dando vita ad un sontuoso affresco. Il secondo film di Tarkovsky è un’opera matura, complessa, affascinante, da molti critici considerato il suo capolavoro inarrivabile. La storia prende vita e forma nella Russia medievale del quindicesimo secolo, sconvolta dalle incursioni dei Tartari che minacciano i confini da ogni lato e invadono larghe porzioni di territorio mettendo a ferro e fuoco interi Paesi. Ai margini della storia la figura di Andrej Rublëv, un monaco pittore di icone, pellegrino da una città all’altra in cerca di Chiese da affrescare. Un’ombra nella notte della Storia che rifiuta ogni violenza e vive una dimensione mistica della sua Arte facendola assurgere ad orizzonte del Reale. Per Andrej non esiste nient’altro che l’arte sacra e non si riesce a capacitare delle atroci violenze a cui deve assistere lungo il suo cammino. Il Film è diviso in otto capitoli, artificio narrativo che consente allo spettatore di accostarsi all’opera come ad una biografia di cui si segue la narrazione per gradi. Come in molti film di Tarkovsky la lentezza della narrazione e la scarsezza di dialoghi costituiscono un elemento caratterizzante. L’aspetto elegiaco nasce dalla contemplazione di un paesaggio in cui si muovono i personaggi come ombre, la sua bruciante solitudine, le parole centellinate che arrivano come lame di Haiku. Un film divenuto archetipo di ogni film storico e che consacra definitivamente Tarkovsky a figura di primissimo piano nella storia del cinema.

Titolo originale: Andrey Rublëv

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