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Recensione a cura di

Scheda Film

Liberamente ispirato al romanzo di Philip K. Dick “Do androids dream of electric sheep?” ne esce un capolavoro di genere, forse il più grande film di fantascienza mai girato. Una pellicola buia, tortuosa e sotterranea, con la stilizzazione di una Los Angeles piovosa, caotica, quasi lisergica. Contribuisce, e non poco, a cesellare l’atmosfera la colonna sonora di Vangelis, un sintetizzatore ossessivo che echeggia per le strade lordate dalla luce dei neon e degli schermi televisivi. La Los Angeles di Scott è la Metropolis di Lang: torri che svettano altissime, ciminiere che eruttano fuoco, schermi che proiettano pubblicità, caos multiforme di una brulicante umanità che batte le strade dei livelli più bassi. Forse il personaggio centrale di Blade Runner è proprio questa Città: una sorta di Leviatano tentacolare che trafigge uomini irradiati dal cinismo e dall’amarezza, quasi a muoverne i corpi svuotati di vitalità nel labirinto della sua notte.

La storia è quella di un’evasione: quattro replicanti impiegati come lavoratori nelle colonie extraterrestri fuggono sulla terra approdando a Los Angeles e confondendosi con i suoi abitanti. Si tratta di androidi modello Nexus 6, il più avanzato, dalle fattezze identiche a quelle umane ma con funzione intellettiva e forza fisica infinitamente superiori. L’unico limite che possiedono è la longevità limitata a quattro anni, per questo sono a Los Angeles per cancellare questa morte annunciata facendo visita a chi li ha creati e programmati: il dottor Eldon Tyrell. Deckard, un cacciatore di androidi dell’unità Blade Runner, viene incaricato di snidare i quattro “lavori in pelle” in giro per la città. Il cacciatore inizia la ricerca partendo dalla Tyrell Corporation, casa produttrice dei replicanti. Qui conosce Rachael a cui esegue, su richiesta dello stesso dottor Tyrell, il test Voight Kampff per stabilire la natura umana o androide di un soggetto, svelando la natura di replicante della donna. Nonostante la sua repulsione per gli androidi Deckard è attratto da Rachael. In seguito tramite una fotografia rinvenuta nell’appartamento di uno dei replicanti riuscirà, evidenziandone un particolare, a risalire alla fabbricazione di una scaglia di serpente sintetico. Da qui arriverà a una dei replicanti che ucciderà durante la fuga. Il secondo dei replicanti è ucciso da Rachael che salva Deckard da uno scontro in cui stava per avere la peggio. L’amore tra i due si rafforza mentre lo scontro finale con Roy Batty, il leader dei replicanti fuggiti, è prossimo. Roy e la sua compagna sono infatti riusciti ad arrivare a Tyrell, il loro creatore, per constatare che non è possibile eliminare il limite alla longevità, per poi ucciderlo. Durante la battaglia finale tra Deckard e Roy, in un moto più umano che robotico, il replicante risparmia Deckard e muore sotto una pioggia scrosciante. Deckard disgustato dalla spirale di violenza e di ipocrisia fugge dalla città con Rachael.

Questo film è un’autentica miniera di temi ed immagini che si sono radicati nella cultura moderna, una tassonomia il cui retaggio si è innervato ad innumerevoli opere tanto che la sua sfera d’influenza è ormai pressochè incalcolabile. Si pensi ad esempio che una frase del monologo finale di Roy è entrata a far parte delle iperboli di uso comune nel linguaggio di ogni giorno (“ho visto cose”). Forse la scena paradigmatica per tentare di varcare la porta della poetica di Blade Runner, la parola ultima per penetrare l’anima del suo lirismo è proprio il monologo finale di Roy, pronunciato davanti a Deckard sotto una pioggia torrenziale: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”

Titolo originale: Blade Runner

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