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Opera visionaria dove probabilmente si vede all’opera il miglior Terry Gilliam che dirige con talento onirico una vicenda in bilico tra Kafka e Orwell: la lotta di un umile impiegato contro il colossale sistema burocratico che sottende ai destini umani e ne governa le vite, i pensieri, le volontà. Nel cast anche un sorprendente Robert De Niro, difficilmente individuabile nel ruolo di un idraulico dissidente e capo della Resistenza anti-sistema.

Sam Lowry è un impiegato del’imponente Ministero dell’Informazione, fa spesso sogni in cui si libra con ali di Angelo per raggiungere una fanciulla. La realtà purtroppo è ben più amara: disperso nelle spire di una tentacolare istituzione e pressato da una madre arpia schiava della chirurgia estetica si ritrova prigioniero di un Sistema asfittico e opprimente. A causa di un errore il suo ufficio spicca un mandato di arresto per Archibanld Buttle al posto di Archibald Tuttle, idraulico ribelle in lotta contro il Sistema. Mentre il povero Buttle sarà prelevato dalla polizia Sam si attiverà per correggere l’errore fino ad entrare in contatto con la Resistenza tramite il famigerato Tuutle. Sarà per lui occasione di una redenzione inaspettata.

Brazil è un contenitore multiforme colmo di scene memorabili come la già citata scena in cui la madre convoca Sam presso il chirurgo estetico durante una sessione di lifting feroce della pelle del viso. E mentre il viso della donna si deforma grottescamente Sam chiede a sua madre di non interferire con la sua vita. Invano naturalmente, perchè la donna non sembra intenzionata ad ascoltarlo. Altra scena memorabile è la scena dell’interrogatorio. Una scena potentemente iconica questa che Gilliam concepisce. Il visionario Sam Lowry è stato catturato e sta per essere interrogato perchè ritenuto nemico dello Stato. Viene condotto in un enorme Silos di cemento che ricorda il reattore di una Centrale Nucleare. Posto al centro di una piattaforma sospesa nel vuoto vede avanzare verso di lui il suo carnefice che indossa una maschera da neonato. La stessa Baby Face che Sam ha visto nelle sue visioni ad occhi aperti indossata da informi creature simili a troll con i corpi in decomposizione. Con un repentino cambio di inquadratura strisciamo alle spalle dell’aguzzino. L’uomo si volta improvvisamente, spalmando l’orrenda maschera al centro della cinepresa, in primissimo piano. Gli occhi corrono sui particolari della maschera, percorrendone l’inquietante topografia delle crepe e dei segni del tempo. Ancora una volta Gilliam gioca con il contrasto violento degli opposti in cui il viso innocente di un bambino (in realtà la cosa più terrificante) cela un’ostilità strisciante. Un fragile diaframma che lascia intravedere l’abominio.

La narrazione di Brazil rimane quasi sospesa e si ha come l’impressione che la realtà possa venire fagocitata ad ogni istante dal piano onirico, quasi una cortina di brina che faccia da cornice ad una storia di cui non riusciamo a distinguere i contorni. Una sorta di comic book per immagini che recupera il bandolo sequenziale quasi per caso. E proprio per questa sua fiabesca indecifrabilità resta una delle opere più affascinanti di sempre.

Titolo originale: Brazil

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