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Recensione a cura di

Scheda Film

Ian Curtis fu il cuore pulsante di una band che nella scena post-punk inglese raggiunse vette di incommensurabile popolarità dopo soli due album. I Joy Division si formarono a Manchester nel 1977 e si sciolsero con la morte di Ian nel 1980. Control, il film di Anton Corbijn, rende omaggio al mito di Ian e alla sua difficile convivenza con epilessia e successo, due elementi che destabilizzarono a fondo il suo fragile equilibrio psicologico portandolo al suicidio nel 1980 a soli ventitré anni. La vita di Ian si divise tra la moglie che sposò giovanissimo e che gli diede una figlia, e l’amante, una giornalista belga che Ian conobbe nel backstage di un suo concerto. Non c’è enfasi né retorica da panegirico nel film che deve il titolo ad una canzone che Ian scrisse in memoria di un’amica uccisa dall’epilessia: “She’s lost control”. Corbijn gira in un bianco e nero che riverbera il mood della band, uno spirito post-industriale, periferico, marginale che ritorna nell’opera sotto forma di elemento iconografico portante. Va detto che Corbijn, qui alla sua prima opera, è un fotografo prestato al mondo del cinema, famoso per le sue fotografie di un bianco e nero seducente ed estetizzante che fu la cornice con cui Corbijn ritrasse molte rock star internazionali: da Mick Jagger a Nick Cave, da Tom Waits a Johnny Rotten. Control è un film per certi versi destabilizzante, perché è girato con la potenza semantica di un documentario ma anche con la forza narrativa della drammatizzazione degli eventi. Ne scaturisce un’opera incantevole che attraverso la devastazione emotiva di un ragazzo schiude le porte alla sua lucida analisi introspettiva, mettendone in luce il genio e la tremenda fragilità.

Titolo Originale: Control

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