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Recensione a cura di

Scheda Film

Cosa rappresenta per noi la Morte? Come ci accostiamo ad essa? Quali sensazioni proviamo toccando con mano un nostro simile che giace davanti a noi privo di vita? Quesiti atavici, vecchi come il mondo se vogliamo, ma pur sempre spinosi e irrisolti. L’esorcizzazione della morte, il suo latente allontanamento da tutto ciò che vive, è sempre stata una condizione più o meno inconscia di ogni struttura sociale umana. Ogni elemento riconducibile alla morte viene posto in uno stato di sospensione semantica, così che il fatale trapasso diviene “mancanza”, “perdita”, o appunto “dipartita”, eufemismi che girano intorno al concetto di Morte così come gioca cinicamente il titolo del film, in un calembour fulminante che coinvolgerà il protagonista conducendolo ad un comico malinteso.

Daigo è un violoncellista residente a Tokyo che improvvisamente perde il lavoro a causa della crisi economica che colpisce il suo ensemble. L’uomo con la moglie decide di trasferirsi nella propria città natale per affrontare una vita più economicamente sostenibile e al contempo per ricercare nuove opportunità di lavoro che nella grande città gli sono precluse. Durante la frenetica ricerca si imbatte in un annuncio che cerca personale qualificato per assistenza a non meglio precisati viaggi. Daigo si reca al colloquio di lavoro scoprendo che in realtà i viaggi a cui si fa riferimento nell’annuncio sono le dipartite. Il lavoro riguarda infatti un ruolo da tanatoesteta, ossia colui che prepara il caro estinto per il suo ultimo viaggio predisponendo la salma al meglio nella sua apparenza fisica. Daigo in un primo tempo sgomento accetta il lavoro ottenendo un congruo anticipo e non rivelando alla moglie la natura delle proprie nuove mansioni. Inizia così per Daigo un percorso iniziatico che, grazie ai sapienti insegnamenti del suo capo, un uomo innamorato del proprio lavoro, viene iniziato all’arte del Nokanshi, l’arte rituale giapponese che si prende cura dei defunti. Attraverso questa delicata liturgia Daigo scopre l’infinito amore manifestato nella ricomposizione estetica di un cadavere. La fenomenologia di tutti gli accorgimenti che trasformano una rigida figura umana senza vita in un essere che è stato amato e che merita di essere salutato dai propri cari, è un vero e proprio lacerto di civiltà. L’ultimo grande atto d’amore nei confronti di una vita strappata via. Così anche le persone vicine a Daigo che, scoperto il suo lavoro, ne sono inizialmente disgustati, scoprono la grandezza di questa nobile e antica Arte. Daigo, attraverso l’esercizio del Nokanshi, riuscirà così ad avvicinarsi di nuovo al proprio padre, che in punto di morte rivelerà al figlio un prezioso segreto custodito attraverso il polveroso oblio del tempo.

Un film sorprendente e prezioso questo di Takita. Una cura estrema nel rendere visivamente e concettualmente al meglio l’Arte della ricomposizione mortuaria rende quest’opera unica e affascinante. Un film che conquista lo spettatore senza clamori, ma con il sottile e delicato potere della bellezza. La colonna sonora di impronta classica trasforma infine l’esperienza narrativa in una sorta di catarsi, in totale sintonia con lo scorrere della storia.

Titolo Originale: Okuribito

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