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Recensione a cura di

Scheda Film

Kurosawa trascende il suo stesso stile e per una volta abbandona il milieu giapponese per narrare una storia di un cacciatore mongolo, una mistica creatura in comunione con una natura materna seppur tremendamente ostile. Tratto dal libro di viaggio dello scienziato ed esploratore russo Arseniev rappresenta solo formalmente una deviazione semantica nel linguaggio di Kurosawa: in realtà la sua visione poetica delle cose è sempre presente avvolgendo lo spettatore in un soffuso alone di leggenda sussurrata, di piccoli gesti preziosi. Nel 1902 Arseniev si trova con una spedizione russa lungo il fiume Ussuri, in terra mongola. Le condizioni tremendamente avverse mettono in seria difficoltà la spedizione, ma l’intervento di un misterioso personaggio, un cacciatore nomade di nome Dersu Uzala, si rivelerà provvidenziale. Lentamente Arseniev riesce a fare breccia attraverso la scorza di incomunicabilità che lo separa dall’uomo e instaura con lui una profonda amicizia che trascende ogni vincolo sociale. Sarà così condotto da Dersu Uzala in un mondo fatto di “omini” dove il sole e la luna sono creature forti, così come il vento, l’acqua e il fuoco: una visione poetica e antropocentrica che ricorda da vicino la cultura animista di certe popolazioni legate fortemente al territorio in cui vivono come i Masai africani o gli Indios amazzonici. Kurosawa è straordinario nel riportare su pellicola l’intensità dell’unione tra uomo e natura, l’immacolata purezza di un uomo slegato da ogni contesto civile. Un’opera che trasuda lirismo e che commuove con la forza straordinaria delle sue immagini.

Titolo originale: Dersu Uzala

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