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Recensione a cura di

Scheda Film

Robert Bresson è prima di tutto un artista che vuole conoscere l’uomo e per farlo ne indaga contorni psicologici, vizi, manie e spirito dialettico facendo uso del mezzo espressivo cinematografico come un potente microscopio. Uno strumento che seziona, in ogni sua opera, una determinata tipologia di umanità disvelandone brillantemente l’intima aura. I suoi intenti non sono già sociologici ma partono dall’amore per l’umanità nella sua più concezione più concreta. Quasi un’impostazione verista dinanzi all’uomo e alle sue azioni, senza mai un’implicazione morale che ne possa travisare l’enunciazione. In questo film Bresson narra la storia di un giovane borghese parigino che per noia e gusto del rischio diviene uno dei più abili borseggiatori della città. Il personaggio subirà una trasformazione morale e psicologica fedelmente documentata con tecnica quasi espressionista. L’amore per una ragazza madre porterà quell’elemento di rottura che farà crollare ogni certezza, trasportando l’uomo da una concezione di vita egotica e solitaria ad una visione in cui rientri anche un altro da sè. Un grande film che documenta dunque l’uomo e il suo milieu, il personaggio e il suo palcoscenico. Celebri le sequenze in cui Bresson illustra la tecnica necessaria per borseggiare impunemente con primi piani tecnicamente perfetti, ossessivi nella loro cruda efficacia. Un’opera magistrale per chi vuole capire come fare cinema, come costruire per immagini una storia che valga la pena di essere raccontata.

Titolo originale: Pickpocket

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