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Recensione a cura di

Scheda Film

Quando il viaggio diviene metafora di cambiamento, elementare catarsi, sovvertimento di ogni principio acquisito, si entra in una dimensione spirituale in cui l’orizzonte non è dato dalle distanze percorse ma dalla metamorfosi della propria anima. Un’opera intessuta di spiritualità, questa del regista colombiano Ciro Guerra, in cui due viaggi, paralleli nel tempo e nello spazio, intrecciano i propri eventi fino a formare un unico viluppo in cui due uomini di scienza, alla ricerca di risposte, si perdono nella foresta amazzonica fondendosi e dissolvendosi in quegli stessi elementi naturali che intendevano studiare. Un film davvero suggestivo, girato in un bianco e nero stupefacente, capace di campire con guizzi di penombra e chiaro-scuro una foresta ancestrale, panteistica, labirintica. La percezione che ne scaturisce è quella di un autentico Cuore di Tenebra trasposto su pellicola, verosimile incarnazione della creatura di Joseph Conrad che il regista riesce a vivificare in dimensione estetica e ontologica. Ed è questo forse l’elemento più affascinante del suo film: la rappresentazione dell’allucinata visione di un ambiente selvaggio grondante misticismo e ostilità, groppo inestricabile sul cammino degli uomini e al contempo irresistibile attrattiva con i suoi atavici retaggi.

Brasile, 1909. Karamakate è uno sciamano indio che vive solitario in un lembo remoto della Foresta Amazzonica dopo che la propria gente è stata sterminata dai feroci produttori di caucciù. Karamakate ha maturato un profondo rancore per i bianchi e i loro brutali metodi volti soltanto a favorire interessi economici contro ogni elementare forma di rispetto della vita e della natura. Quando l’indio sarà raggiunto da Manduca, una guida che gli chiede aiuto per curare Theo, botanico olandese e proprio mentore, in preda alla malaria, Karamakate rifiuterà inizialmente per poi accettare di curare l’uomo. Una volta ripresosi lo scienziato convince Karamakate ad accompagnarlo nel luogo dove cresce una pianta dai poteri miracolosi chiamata Yacruna. Lo sciamano accetta a condizione che Manduca e Theo seguano i suoi precetti durante il viaggio. Parallelamente inizia un altro viaggio di Karamakate, collocato cronologicamente quarant’anni dopo, con un altro scienziato, un etnografo americano, anch’egli alla ricerca della Yacruna. Sarà occasione per il vecchio indio di confrontarsi con i demoni nascosti nelle pieghe della propria memoria misurandosi con un nuovo viaggio che cambierà per sempre la sua anima.

Tratto da vicende reali che Guerra ha rielaborato attraverso il filtro della sua sensibilità il film si ispira ai viaggi compiuti nella Foresta Amazzonica dagli scienziati Theodor Koch-Grunberg e Richard Evans Schultes. L’opera di Guerra persiste a lungo nella memoria in virtù di un aspetto avventuroso che si miscela magistralmente con la dimensione speculativo spirituale. Una scena paradigmatica e memorabile è la spiegazione del concetto di Cullachaqui che Karamakate fornisce a Evans: il biologo americano sta sfogliando alcune fotografie scattate e mostra una di queste a Karamakate, si tratta di una fotografia che ritrae lo stesso Karamakate. L’indio si rivolge al ritratto definendolo un Chullachaqui. Per alcune tribù di indios dell’Amazzonia il Chullachaqui è un doppio di noi stessi vuoto, svuotato di ogni essenza, un fantasma con le nostre sembianze che vaga per il mondo. Culture distanti anni luce come gli Indiani d’America, gli Indios dell’Amazzonia o i Masai del centro Africa rifiutano di farsi fotografare per non generare una Replica di se stessi privata di ogni sostanza ma libera di andarsene. Il Chullachaqui, il Doppelgänger, l’Avatar digitale delle nostre vite online: questo vacuo Fantasma è passato attraverso secoli di storia, culture, tradizioni ma non ha perso il suo (non) significato, il suo muto raccapriccio. E Karamakate tenendo in mano la fotografia che lo ritrae, rimane silente a incarnare quell’orrore perduto nel tempo.

Titolo Originale: El Abrazo de la Serpiente

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Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall’età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell’ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall’età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d’asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre. Registi preferiti: Akira Kurosawa, Stanley Kubrick, Andrei Tarkovsky.

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