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Recensione a cura di

Scheda Film

Un formidabile affresco di una Berlino straziata dai bombardamenti con il chiaroscuro dinamico di un bambino che si muove tra le macerie come una molecola in preda all’entropia. E’ questo il lascito iconografico di un grande regista che ha spinto il suo sguardo attento in una situazione storica a lui contemporanea ricavandone un’opera di grande suggestione visiva e narrativa. La storia è appunto incentrata sul piccolo Edmund, un bambino che con la sua forza d’animo mantiene, tra mille difficoltà tutta la sua famiglia. L’esito tragico della sua vicenda sarà la parabola di una nazione prostrata alla sconfitta all’alba di una nuova era di rinascita. Questo sconvolgente senso di inutilità che Roberto Rossellini aveva evocato con candore tagliente e implacabile in “Paisà”, emerge ancora una volta come keynote anche in “Germania Anno Zero”, un quadro che ha fatto del dolore e della demoralizzazione dei vinti l’elemento centrale. Ma mentre una sorta di speranza frammista al senso di compassione filtrava da Paisà, qui stagna una strana sensazione di vuoto vero e proprio, di straniamento afono e impotente, e non sembra esserci ombra di redenzione. Una grande prova di Rossellini girata interamente con attori non professionisti.

Titolo originale: Germania Anno Zero

Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall’età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell’ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall’età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d’asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre. Registi preferiti: Akira Kurosawa, Stanley Kubrick, Andrei Tarkovsky.

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