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Recensione a cura di

Scheda Film

Un’opera sulla perdizione di un uomo: così potrebbe conchiudersi questa ennesima prova del genio di un regista eclettico e mai scontato. Billy Wilder, intellettuale raffinato e profondo, volle in questo modo innestare un po’ dello spirito inquieto, umbratile e obliquo, tipico dell’arte europea, in seno al carrozzone politically correct di Hollywood. Una sorta di aura decadente e immorale pervade quest’opera caratterizzandone la narrazione. Una cupa sensazione di disgregazione, di perdute occasioni, di disfacimento umano è il sapore che ci lascia in bocca Wilder. La storia è quella di uno scrittore in crisi di risultati che sprofonda nell’alcolismo. Gradualmente la sua vita andrà in pezzi con l’allontanamento delle persone che lo amano, l’alienazione, l’esilio in una città ostile e sconosciuta. Sarà la sua compagna a lottare con tutte le sue forze per riportare l’uomo alla vita. Splendida interpretazione di Ray Milland, davvero un’icona della perdizione. Un’opera sontuosa sulla deriva psicologica e affettiva di un essere umano, che ci ricorda ogni minuto quanto siamo fragili dinanzi alle avversità. Un film cattivo come un insulto, bello come una città sospesa nella nebbia.

Titolo originale: The Lost Weekend

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