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Recensione a cura di

Scheda Film

Pierrot Le Fou è una storia di libertà: dalle catene del conformismo, dalle convenzioni sociali, dalla routine omologatrice. Godard ritaglia un personaggio metallico: ama e non sa amare, delinque e non sa delinquere. Eppure lo amiamo fin dal primo momento che appare sullo schermo e ne restiamo perdutamente affascinati. Lo scarto semantico che si irradia da un tale antieroe condiziona inevitabilmente tutta la sua storia, devastandone la linearità e persino la scansione temporale. Una vicenda che si contorce su sè stessa quasi a ricalcare la bicefala umanità del suo principale attore. La storia è quella di Ferdinand Griffon detto Pierrot. Stanco della vita ordinaria lascia la famiglia e fugge con una conturbante donna algerina di nome Marianne lasciandosi alle spalle un cadavere. Sarà una vita di fuga e sregolatezze, in precario equilibrio sulle fragili leggi umane. Un film denso di quel lirismo distaccato, à la Godard, dove lo spettatore è al centro di un complicato processo ermeneutico secondo il quale viene lasciato a lui l’ultimo inesorabile giudizio che diviene parte integrante della storia narrata, essa può addirittura mutare nella memoria dello spettatore: per arrivare all’Opera d’Arte non-finita o, se preferite, infinita.

Titolo originale: Pierrot le fou

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