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Recensione a cura di

Scheda Film

Un Luis Buñuel surreale, sardonico e irriverente mette impietosamente alla gogna sei piccolo-borghesi che per tutta la durata del film tentano invano di cenare insieme. Ogni volta saranno interrotti dalle più grottesche apparizioni e dai più bizzarri impedimenti. La cena diviene presto metafora dell’indolenza di una classe che in quel periodo assumeva il profilo di un nemico culturale per buona parte dell’intellighenzia europea. Dunque per quelle persone cenare diviene un’impresa oltre i limiti umani, un impedimento assurdo e invalicabile, in un crescendo narrativo ancora oggi ineguagliato. Persino prendere un Tè diventa un’impresa titanica. Un film che strizza un occhio al dadaismo e un occhio all’impegno sociale. Evidente l’influenza che il teatro di Ionesco, di cui se ne rinviene qualche elemento anche nel profilo di alcuni protagonisti, ha esercitato su quest’opera. Il senso dell’assurdo non attanaglia la narrazione tanto da renderla incomprensibile, al contrario la narrazione è fluida e assai comprensibile. Proprio in questa peculiarità sta lo scarto semantico con cui Buñuel gioca: l’assurdo si riverbera dalla routine, dalla banalità del quotidiano. Ed è ancora più sconcertante nella sua prorompente dicotomia semantica. Il linguaggio del Fascino Discreto in sostanza è un linguaggio che conosciamo tutti, ma porta in sè un micidiale innesco sempre pronto a far collassare il protocollo della comunicazione, il senso ultimo della correlazione dialogica tra chi guarda e chi è guardato. In definitiva la si può senza dubbio definire un’opera favolosa, nel senso etimologicamente più pertinente che possiede il termine.

Titolo originale: Le charme discret de la bourgeoisie

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