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Recensione a cura di

Scheda Film

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Fritz Lang dimostra, in questo film, di avere assimilato i canoni estetici hollywoodiani rielaborandoli attraverso il suo genio. Ne nasce un’opera al nero dove ogni personaggio chiamato in causa è soggiogato da un destino nefasto. La storia si muove intorno all’archetipo del noir alla Chandler narrando la storia di un poliziotto che in circostanze poco chiare si suicida. Il suo collega e amico Dave Bannion (Glenn Ford) decide di vederci più chiaro, sebbene riceva avvertimenti a non proseguire con la sua inchiesta personale. L’uomo dovrà fare i conti con il potente sindacato di polizia completamente corrotto dalla criminalità organizzata. Le cose precipiteranno quando sfuggendo ad un attentato, Bannion perderà sua moglie. Una pellicola in cui il livello di violenza fu talmente alto che scatenò furiose polemiche. In questo senso è celeberrima la scena in cui una ragazza di uno dei membri della banda viene sfigurata da Lee Marvin con del caffè bollente. La cifra estetica di questo film risiede nel grande lavoro di tornitura psicologica che Lang mette in opera nel suo script con mestiere consumato. Ogni personaggio appare in una sorta di sospensione narrativa, uno scarto cronologico che permette al regista di scandagliare i recessi caratteriali e di gettarli in pasto allo spettatore che, dal canto suo, assiste affascinato a questa sorta di sfilata di creature vitree in cui potervi spiare, da un punto di vista privilegiato, ogni più vaga pulsione. In questo senso il film di Lang è un precursore della cinematografia psicologica che paga dazio al magnetico fascino esercitato dall’immenso lavoro di Freud su tutto il Novecento. Oltre a questo grande lavoro introspettivo c’è un’aura tenebrosa e marcescente che fa di quest’opera un oggetto sinistramente ammaliante. Un’opera nera e corrotta in cui si fatica a trovare un’ombra di redenzione.

Titolo originale: The Big Heat

Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall’età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell’ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall’età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d’asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre. Registi preferiti: Akira Kurosawa, Stanley Kubrick, Andrei Tarkovsky.

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