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Recensione a cura di

Scheda Film

Il percorso estetico dei fratelli Coen, da Simple Blood a Fargo passando per Crocevia della Morte e Barton Fink, è sempre stato screziato di una comicità sotterranea, una verve ironica che pulsa nelle loro storie e che ne stempera la drammaticità, ne corrode il formalismo. Ne Il Grande Lebowski questa vis comica viene finalmente alla luce in tutto il suo candido splendore. Una comicità, se si vuole, dal molteplice registro: dalla sguaiato sarcasmo alla parodia più irriverente, transitando per la sottile ironia. I Coen disegnano un personaggio memorabile: un cazzone pigro, irriverente e fannullone che si lascia scivolare nella vita sfruttando la spinta inerziale della sua indolenza. Il nostro dude (in italiano si è pensato di tradurlo con un goffo “drugo”, scimmiottando il Kubrick di Arancia Meccanica) si troverà ben presto e suo malgrado invischiato in storie di soldi, di malavitosi e di rappresaglie che metteranno in pericolo il suo sacro quieto vivere. Un film che mette in luce la bravura di Jeff Bridges, con uno splendido cameo di Turturro nel ruolo del giocatore di bowling ispanico: Jesus Quintana. Memorabile la scena dello strike di Quintana con la tecnica di lancio, la lingua che saetta malandrina a lambire la palla, e il balletto finale in salsa latineggiante. Altra gag grandiosa: Drugo e Walter (l’amico militarista e pragmatico) disperdono nel mare le ceneri dell’amico appena deceduto in modo surreale, una folata di vento e Drugo si ritrova con il viso ricoperto dalle sacre spoglie mentre inveisce contro lo stolido Walt.

Titolo originale: The Big Lebowski

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