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Recensione a cura di

Scheda Film

Scena iniziale: nella Roma silenziosa e deserta di un pomeriggio di agosto un’auto si aggira disperata alla ricerca di un vago segno di vita. Il nostro punto di vista è quello della cinepresa, nel posto del passeggero dietro il guidatore, in sottofondo il sassofono di Riz Ortolani ci dice che c’è ancora una vaga speranza. L’uomo prova ad usare invano un telefono dietro ad una serranda, poi sconsolato riparte rombando nella solitudine più totale. E’ così che inizia uno dei film più belli del dopoguerra italiano. Questo sbruffoncello (in francese il film fu distribuito con il significativo titolo di “Le Fanfaron”, quasi quanto il Miles Gloriosus di Plautina memoria) coinvolge, suo malgrado, uno studente di giurisprudenza in un viaggio sgangherato dove ad ogni tappa cerca di coinvolgere lo studente a restare ancora un po’ con lui. Sarà l’occasione per un viaggio tra trattorie, incidenti stradali, belle turiste straniere, cameriere compiacenti, ex mogli furenti, feste gaudenti. Il contrasto tra la spacconaggine di Bruno e la sobria introspezione di Roberto è la chiave di lettura del film: due poli opposti attratti per un attimo dal fluire degli eventi, in definitiva è il contrasto tra strepito e silenzio, tra mondanità e intimità, tra apparire ed essere. Questa sorta di armonizzazione dei contrasti fa di questo film un’opera sospesa tra gli estremi della realtà, un affascinante spaccato delle contraddizioni della società degli anni 60.

Titolo originale: Il Sorpasso

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