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I bambini sono capaci di mentire? Questa è la domanda da cui è partito Vinterberg rifacendosi metaforicamente ad un celebre caso giudiziario incentrato sulla pedofilia avvenuto in Francia: il caso Outreau che nel 2004 scosse l’intero Paese determinando scossoni giuridici e politici a catena. Al centro della sua indagine la relazione sulla pedofilia che ne derivò da quel processo (e dai processi seguenti). Dopo aver setacciato la famiglia e la sua apparente coesione con Festen, il regista danese sonda la disintegrazione di una comunità e la violenza che ne deriva. Ne Il Sospetto lavora sul tema della caccia alle streghe, ove per caccia alle streghe si intende la cultura del sospetto che si autoalimenta e prende corpo in una minuscola comunità fino a diventare un fenomeno violento e inarrestabile. Dalle menzogne ​​alla calunnia, dall’amicizia all’ostracismo, Vinterberg esamina gli sconvolgimenti morali di un villaggio di fronte a un membro di quella comunità accusato di aver molestato una ragazzina.

Lucas (Mads Mikkelsen), depresso dal recente divorzio, cerca di ricostruirsi una vita con l’ausilio della sua banda di amici che condividono con lui la passione per la caccia e per le bevute intorno ad un fuoco. Lucas è assistente all’infanzia nella scuola materna della città, stringe un rapporto molto forte con Klara, figlia di una sua amica, visibilmente turbata dalle numerose discussioni dei suoi genitori. Ma Klara finisce con l’idealizzare Lucas trasferendo in lui l’amore mancante dei genitori, e quando questi la respinge paternamente, la bambina forse per vendetta o forse per un transfert edipico evoca un contatto con Lucas e lo racconta ai genitori. Diffusa come un incendio, l’accusa bandisce Lucas dalla comunità: l’isolamento a cui si sottopone si trasforma rapidamente in una vera caccia all’uomo.

La pedofilia, un tabù assoluto nel mondo contemporaneo, porta inevitabilmente alla sacralizzazione della figura del bambino. Quando le parole di una piccola vittima accusano un uomo, l’ideale dell’Innocenza che il piccolo accusatore porta con sè rende l’accusa immediatamente vera e incontrovertibile. Thomas Vinterberg affronta questo problema frontalmente, ribaltando il dispositivo semantico del suo primo film. Mentre in Festen stava destrutturando i meccanismi del silenzio di fronte all’incesto (vergogna, pressione della famiglia per mettere a tacere il crimine), in questo film tenta di stabilire l’evoluzione di una voce, di un piccolo rumore che scorre sotterraneo e si diffonde come un’epidemia. Il silenzio di fronte all’incesto, che ha permesso ad una rispettabile famiglia di preservare una facciata dignitosa, qui diventa un formicolare di sentimenti che si coagulano lentamente stritolando di fatto un uomo innocente. Una volta inoculato il male (le accuse di Klara), nulla può contenerlo. Né la ritrattazione della bambina (interpretata dagli adulti come un sentimento di vergogna), né la smentita di Lucas, sbalordito e incapace di arginare l’esplosione che queste accuse produrranno sulla sua esistenza. Da quel momento assistiamo all’affossamento sociale di un uomo ancora perfettamente integrato e scopriamo, stupiti, la malsana sfiducia dei suoi concittadini. Vinterberg eccelle nel ritratto di Lucas: un uomo colto troppo fiducioso nel giudizio equilibrato dei suoi simili, che lentamente osserva impotente al completo disgregamento del suo sistema di valori. Il regista danese è altresì impietoso nel ritrarre la stolta sicumera della comunità ed il sentimento di pregiudizio che la avvelena. Completamente ciechi dinanzi all’ovvio, troppo felici di aver spazzato via il male per dubitarne (come le cacce alle streghe ancestrali), gli abitanti del villaggio sono una caricatura di se stessi. È impossibile non essere sopraffatti dalle loro reazioni, prima verbali, poi fisiche. L’intento di Vinterberg di “sovraccaricare” questi personaggi è perfettamente funzionale al meccanismo narrativo del suo film, appesantendolo con un forte realismo dalle venature grottesche. Il pettegolezzo e la mancanza di coscienza critica sono al centro della diffusione di queste voci, e la determinazione del regista nel mostrare la malvagità della comunità contrapposta alla dignità del suo eroe intrappola il film in un manierismo solo superficiale.

Rimane, alla fine della visione, un sapore di fiele in bocca, un’amarezza che non si stempera. La mente corre a come il pregiudizio operi nelle vite di tutti noi, a quanto spesso determini le nostre scelte, le nostre sensazioni, la nostra serenità. Ed è esattamente a questo punto che l’opera di Vinterberg si dimostra prezioso grimaldello ermeneutico capace di riportare alla luce una sommersa inquietudine, un male oscuro che opera incessantemente sotto ogni forma di società umana minandone di fatto le fondamenta.

Titolo originale: Jagten

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