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Recensione a cura di

Scheda Film

Kurosawa si cimenta con Shakespeare rileggendo il Macbeth, trasponendolo nel Giappone feudale del sedicesimo secolo e filtrandolo con la grande tradizione culturale del teatro Nō. Trono di sangue è stato descritto come il primo esempio di un’opera d’arte interculturale nella sua interpolazione del Rinascimento inglese e del teatro Nō. Molto prima che tutti gli attori appaiano sullo schermo si respira infatti l’atmosfera di una rappresentazione Nō attraverso il ritmo lento e le note acute della musica di Masaru Sato, che riprende il classico accompagnamento musicale Nō in apertura, quando ancora scorrono i titoli di testa. La forma Nō del dramma musicale mascherato è stata rappresentata in Giappone già nel 14° secolo, e Kurosawa lo canalizza in modo più che evidente in questo film mentre immerge lo scenario dell’ambientazione scozzese in un mondo stilizzato costituito da baroni bellicosi e demoni in guerra. Il risultato è un’opera multitestuale colta e affascinante, che non perde mai di vista il canone scespiriano offrendo al contempo nove entusiasmanti chiavi di lettura all’opera del drammaturgo di Stratford upon Avon.

Anche se non chiaramente espressa la partizione scespiriana del dramma originale è evidente nella trama. Pertanto anche ne Il Trono di Sangue si possono distinguere i 5 atti che caratterizzano la narrazione di Macbeth. Nel Primo atto i generali Miki e Washizu sono al servizio del signore locale, Tsuzuki, che regna nel castello detto della Ragnatela, circondato da Forti di difesa. Dopo aver sconfitto i nemici del signore in battaglia, i due tornano al castello di Tsuzuki, richiamati dopo la battaglia per ricevere l’omaggio del loro sovrano. Durante il viaggio attraverso la fitta foresta che circonda il castello, incontrano uno spirito, che predice loro il futuro. Lo spirito dice loro che quel giorno Washizu sarebbe stato nominato Signore del Castello del Nord mentre Miki sarebbe divenuto il Comandante del Forte Uno. Quindi predice che Washizu finirà per diventare il signore del Castello della Ragnatela, e infine preconizza che anche il figlio di Miki sarebbe divenuto un giorno il signore del castello. I due arrivano al Castello di Tsuzuki profondamente turbati dalle parole dello spirito silvano. Il loro signore li ricompensa con esattamente quello che lo spirito aveva predetto. Mentre Washizu ne discute con Asaji, sua moglie, la donna finisce per manipolarlo affinché la seconda parte della profezia si avveri al più presto. Questo sarebbe potuto avvenire soltanto con l’uccisione di Tsuzuki. Nell’Atto secondo Washizu uccide Tsuzuki con l’aiuto di sua moglie, che propina sake drogato alle guardie del signore, facendole addormentare. Quando Washizu ritorna in stato di shock dopo aver trafitto con la sua lancia Tsuzuki nel sonno, Asaji afferra l’arma insanguinata e la mette nelle mani di una delle tre guardie incoscienti. Poi urla “omicidio” per tutto il cortile, e Washizu uccide la guardia prima che questa avesse la possibilità di difendere la propria innocenza. Il vendicativo figlio di Tsuzuki Kunimaru e un consigliere di Tsuzuki, Noriyasu, sospettano immediatamente che sia Washizu il traditore e cercano di mettere in guardia Miki, che rifiuta di credere che il suo miglior amico possa essere un abietto assassino. Washizu tuttavia non è pienamente sicuro della lealtà di Miki, ma sceglie ugualmente il figlio di Miki come suo erede, dal momento che lui e Asaji non sono stati in grado di avere un figlio. Washizu ha in programma di annunciare a Miki e suo figlio la sua decisione durante un grande banchetto, ma Asaji gli rivela che è incinta, il che gli pone un dilemma riguardo al suo erede, poiché ora Miki e suo figlio devono essere eliminati. E così inizia il terzo Atto dove durante il banchetto, Washizu appare agitato, poi l’uomo prorompe in grida furenti all’apparizione del fantasma di Miki (che Kurosawa non mostra mai, soltanto lo sguardo di Mifune riflette il profondo terrore di quell’apparizione emntre la cinepresa è ipnoticamente fissa sul suo volto). Nel suo delirante panico, rivela a tutti il ​​suo tradimento esclamando che è disposto a uccidere Miki una seconda volta, spingendosi a sfoderare la spada e colpire il nulla. Asaji, tenta di minimizzare e congeda imbarazzata gli ospiti. Poi uno dei suoi uomini arriva con la testa mozzata di Miki. Il sicario rivela che il figlio di Miki è riuscito a scampare all’assassinio fuggendo ferito. L’atto quarto si apre con la tragica notizia della morte dell’erede di Washizu. L’uomo sconvolto ritorna nella foresta per evocare lo spirito. Questi gli rivela che non sarà mai sconfitto a meno che gli stessi alberi della foresta intorno al Castello non si mettano in marcia verso di lui. Washizu ride ritenendo l’evento impossibile. Il mattino seguente, Washizu viene svegliato dalle urla degli inservienti. Un soldato in preda al panico urla che gli alberi della foresta “stanno avanzando per attaccarci”. La profezia si è avverata e Washizu è condannato. Nel conclusivo Quinto atto Washizu cerca di far attaccare le sue truppe, ma questi rimangono immobili. Delusi dal suo comportamento sempre più instabile, le truppe accusano infine Washizu dell’omicidio di Tsuzuki. Nell’ultima fulminante immagine (forse la scena più bella dell’intero film) gli arcieri iniziano a scagliare decine di frecce verso Washizu che si dibatte tra un mare di dardi che piovono da ogni lato colpendolo e sbarrandogli la strada. Colpito a morte il samurai vede gli alberi della foresta giungere fino alle mura rivelando i soldati nemici che, camuffati con arbusti e fogliame, si erano spinti fino al cuore stesso della fortezza.

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