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Recensione a cura di

Scheda Film

“Rear window” è forse il film perfetto, un meccanismo narrativo di una purezza e bellezza abbacinanti. La storia è quella di un fotografo costretto ad una convalescenza domestica forzata a causa di una gamba rotta. Inizierà quasi per gioco a spiare i vicini dalla sua finestra affacciata sul cortile dello stabile in cui vive. Lentamente prenderà coscienza che uno dei tranquilli vicini spiati nasconde in realtà un assassino. Lo assisterà nelle sue indagine domestiche la sua fidanzata, un’eterea Grace Kelly, mai così bella. Un viaggio sottile e quasi morboso nel voyeurismo, nel sordido animo di un assassino osservato nell’ombra. Hitchcock rivolge contro se stesso l’indagine della sua opera (sappiamo che il regista passò dei guai per episodi di voyeurismo che gli vennero contestati) e in questo senso Jeff ha indubbiamente una velata connotazione autobiografica. L’eroe di Hitchcock è costretto ad una prigionia forzata, a causa della sua temporanea infermità. Partendo da questa costrizione il film rende compartecipe lo spettatore della frustrazione dell’uomo, della sua noia, del suo bisogno di evasione tramite questo espediente che all’inizio è una sorta di gioco ma poi, come in ogni film di Hitchcock subisce una trasformazione, facendo salire al contempo, la tensione narrativa. Questo altissimo livello di suspence si inserisce alla perfezione nel meccanismo della narrazione, tanto che ora il film è divenuto termine di paragone archetipico di ogni thriller. Hitchcock ha spiegato la differenza tra Sorpresa e Suspence. Una bomba sotto un tavolo si spegne, questo fatto è una sorpresa. In un altro caso sappiamo che la bomba è sotto il tavolo, ma non quando si spegnerà o se si spegnerà, e questa è Suspence. E se lo dice lui, c’è da credergli ciecamente.

Titolo originale: Rear Window

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