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Recensione a cura di

Scheda Film

La Fortezza Nascosta è un film capitale nell’evoluzione estetica del cinema di Akira Kurosawa poiché segna l’avvento di un nuovo peculiare aspetto amalgamato al genere Jidai-geki (dramma storico): il picaresco. Le grandi e nobili passioni dei Samurai vengono in questo modo contaminate da elementi grotteschi e comici che tuttavia non ne inficiano affatto l’aura di aulica grandezza ma ne ratificano al contrario la dimensione letteraria, il piano mitopoietico. Kurosawa per compiere questa operazione pesca a piene mani nella tradizione popolare andando ad intercettare l’essenza del teatro Kabuki, una forma espressiva nata agli inizi del 1600 cara agli strati più umili della popolazione, con rappresentazioni dalle tematiche estremamente terrene e pragmatiche, popolata da personaggi bislacchi e cialtroni che portavano in scena storie di una quotidianità ordinaria. Ne La Fortezza Nascosta il Kabuki entra con autorevolezza nella narrazione innervandosi alla storia e condizionandola dall’inizio alla fine per mano di due personaggi che dalla prima inquadratura sono al centro dello sguardo divertito di Kurosawa. Si tratta di due contadini sfuggiti alla guerra e ansiosi di portare a casa la propria pelle, ma anche assurdamente avidi e litigiosi. Caratteristiche che ne fanno due autentici bifolchi la cui buona stella permetterà di passare indenni attraverso mille traversie che li attendono sulla strada di casa.

La storia è ambientata nel Giappone feudale, nel regno Akizuki, dove la guerra civile tra i vari clan che controllano vaste porzioni di territorio è l’unico orizzonte per ogni uomo e donna che calchi quelle terre. Il clan Yamana sta imperversando in quelle terre e ha appena sconfitto gli Akizuki seminando morte e distruzione. Secoli di guerra civile hanno prostrato la popolazione riducendo alla fame interi villaggi (un tema ripreso anche da Kaneto Shindō in Onibaba, come abbiamo visto). Il film si apre con Tahei e Matashichi, due bifolchi scampati alla guerra e fuggiti dalla propria fazione, che cercano in ogni modo di fare ritorno al regno di Yamakawa, la loro patria, insultandosi e litigando tra loro per tutto il tragitto. I due, scampati all’ennesima cattura da parte dei soldati di Yamana si ritrovano e fuggono attraverso le montagne incontrando un misterioso viandante che poi si rivelerà essere il generale Akizuki Rokurota Makabe, abilissimo Samurai e capo militare dell’esercito Akizuki appena sconfitto da Yamana. I tre procedono insieme e durante il tragitto scoprendo alcune barre d’oro nascoste all’interno di bastoni di legno intorno ad una misteriosa fortezza nascosta tra le pareti rocciose delle montagne circostanti. Rokurota fa sagacemente leva sull’avidità dei due per ottenere il loro aiuto nel trasportare l’oro verso Yamakawa insieme alla scampata principessa Yuki del clan Akizuki. L’obiettivo del generale è quello di riparare in Yamakawa attraversando audacemente il territorio nemico con l’oro nascosto in fascine di legna e la principessa travestita da umile contadina. Il piano naturalmente incontrerà ostacoli di ogni genere ma alla fine, grazie alla stoltezza dei due ingenui contadini e alla sagacia militare di Rokurota, giungerà ad un successo insperato.

Girato con estrema ironia e leggerezza, questo film è una piccola grande perla nella cinematografia del Maestro Nipponico. Il senso della teatralità di Kurosawa prorompe in scene dalla bellezza fulminante come la scena del combattimento con lance tra Rokurota e il generale nemico Hyoe Tadokoro (che sconfitto si unirà poi a Rokurota salvandolo dalla morte). Una coreografia bellica che sfocia quasi nel balletto, dove i due contendenti non lesinano grazia e forza, abilmente miscelate in un vortice agonistico che sembra non avere fine, mentre i duellanti strappano tende e drappi, improvvisati sipari che si alzano su nuove scene del duello. Un’altra scena meravigliosa è la danza del fuoco a cui il gruppetto di fuggiaschi si unisce bruciando le proprie fascine con l’oro all’interno. Il ballo era un’antica usanza popolare che celebrava l’avvento della primavera e prevedeva l’innalzamento di un immenso falò ai cui margini decine di ballerini indiavolati sfidavano le fiamme guizzando a tempo con esse. Kurosawa segue la scena con dedizione quasi antropologica divertendosi a inseguire le movenze dei danzatori e facendo precipitare la narrazione in una sorta di ipnotica trance. La Fortezza Nascosta rimane in definitiva un film magistrale, girato con tecnica, rigore stilistico e levità, ma anche un punto di svolta capitale nel linguaggio cinematografico di Kurosawa, un’opera indispensabile per addentrarsi nella poetica del Maestro e cercare di comprenderne il senso ultimo.

Titolo originale: Kakushi-toride no san-akunin

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