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Recensione a cura di

Scheda Film

Dark Passage rappresenta il primo vero archetipo il cui ganglio narrativo è incentrato sul Tòpos dell’uomo in fuga. La vicenda, basata sull’omonimo romanzo di Goodis, vede protagonista un uomo che accusato ingiustamente di aver ucciso la moglie riesce ad evadere di prigione e si cambia i connotati con una chirurgia plastica per sfuggire ai suoi inseguitori. Seppur ferocemente braccato l’uomo troverà l’aiuto e l’amore di una donna conosciuta per caso con cui espatrierà per poter ricominciare una vita. Il tema dell’opera è per la prima volta, non la vicenza poliziesca in sè (di cui si intuisce quasi immediatamente il vero assassino), ma il concept di un uomo senza punti di riferimento, privato di amicizie, milieu sociale e perfino umanità. La redenzione del protagonista attraverso il suo graduale distacco da quella società che così animalescamente gli da la caccia è forse il messaggio ultimo cui Daves vuol affidare alla macchina da presa. Centrata e perfettamente a fuoco la prova di Bogart, come sempre a suo agio nei ruoli oscuri e mistificanti. Per riunire di nuovo la collaudata coppia Bacall Bogart vennero fatte notevoli pressioni sui rispettivi agenti e si dice che il cachet lievitò paurosamente, il tutto, va da sè, funzionò perfettamente al botteghino e il film fu un vero successo.

Titolo originale: Dark Passage

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