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Tra tutti i talenti italiani pronti a rivitalizzare l’industria cinematografica della terra natale di Visconti, Paolo Sorrentino non è stato il più facile a cui accostarsi per molto tempo, e per una buona ragione: di film in film il suo stile ha finito per irretire lo spettatore con l’uso sempre più estremo di artifici narrativi e registici che se da una parte hanno creato una dimensione cinematografica unica e irripetibile dall’altra hanno allontanato una buona parte di pubblico restio a non facili letture.

Tuttavia, se dovessimo rivedere a ritroso la sua filmografia cogliamo una innegabile continuità: un gusto evidente per gli esseri “vuoti” in cui una certa codardia emotiva coincide con una latente stanchezza di vivere, una degenerazione del talento che li porta quasi a vegetare. Dal misterioso straniero di Le Conseguenze Dell’Amore allo stanco e bislacco rocker di This Must Be The Place, al dandy disincantato de La Grande Bellezza, si tratta di personaggi intrappolati in un contesto statico, fagocitati dal loro stesso cinismo e impossibilitati ad interagire con ambiente e persone senza ferirsi. La chiave del cinema Sorrentino si trova proprio in questa scelta tematica e in tutto ciò che implica in termini visivi: raccontare l’interazione di un personaggio con un ambiente ostile. Certo, si potrebbe provare fastidio nel vederlo giocare come un piccolo chimico mentre disseziona i suoi personaggi con una cinepresa: i primi piani ossessivi, i suoi millimetrici particolari di un volto, di un’espressione, di un gesto, ma La Grande Bellezza è in questo senso il culmine dell’Arte di Sorrentino che riesce mirabilmente a far coesistere narcisismo e essenzialità restituendo l’immagine di un personaggio che rimarrà nella storia del Cinema Italiano. Un incredibile senso di contemplazione mina questo film, forzando l’occhio a lasciarsi andare al ritmo sensuale che il regista impone alla storia. Il successo di questo film viene proprio da qui: aver saputo narrare per immagini di come Jep Gambardella rimanga ossessionato da un ideale inafferrabile che non riesce a trovare. Lo annusa, lo percepisce, ne sfiora i contorni, ma ne è perennemente disilluso.

Il film parte con due scene in forte contrasto ma che in realtà si rivelano complementari: nella scena d’apertura viene rivelato il Gianicolo con sontuosi movimenti di macchina e una musicalità di fondo proveniente da un coro di donne. Con uno sguardo maliardo e assonnato che abbraccia tutta Roma Sorrentino inizia il suo personale viaggio attraverso la Città Eterna. E’ un viaggio, come dice Celine nell’epigrafe d’apertura, in bilico tra sogno e realtà, tra dissolvenza e materia. Poi improvvisamente veniamo bruscamente risvegliati da un turista giapponese che crolla di fronte alla bellezza di Roma. E’ il trait d’union che serve per innervare la seconda scena che si apre su una grottesca festa in una terrazza romana dove Bob Sinclar e Raffaella Carrà dettano i ritmi furenti ad una variegata umanità che si dimena in una notte da Dolce Vita. Dietro l’esuberanza e l’estasi della danza, dietro il desiderio di perdersi in queste feste e in queste notti dissolute, percepiamo qualcosa di nascosto, una sorta di filo melanconico che si irradia dal volto di Jep Gambardella, il festeggiato della serata. Quest’uomo elegante e disincantato, con una luce ironica che crepita in fondo allo sguardo, è arrivato all’ultima festa della sua vita. Si ferma in mezzo al vortice della danza, e sembra congelarsi nei suoi pensieri mentre intorno a lui infuria il clamore di zombie assetati di vita. Il suo malessere è un sentimento snob che ha superato i limiti: vivere nel ricordo di un capolavoro letterario sul quale tutti hanno qualcosa da dire (anche se non l’hanno letto), diventare un giornalista mondano per “poter finalmente rovinare le serate a cui partecipo”. Una sorta di insoddisfazione non tangibile insomma, che però lo divora e non gli fa assaporare la vita come vorrebbe.

Il suo unico rifugio rimane la misantropia, un registro in cui si supera e che tende a mantenerlo in equilibrio ogni giorno ai margini dell’abisso: e così per sopravvivere bisogna umiliare un’amica un po’ troppo borghese, una pseudo guardiana della morale che Jep non riesce più a tollerare. Il suo picco è vicino. Deve reagire. Si pone quindi un obiettivo, quello di riguadagnare la dignità perduta, e i segni di questa inversione di tendenza non mancano: una tragedia che lo colpisce senza preavviso (una donna deceduta che aveva conosciuto molto tempo fa e che aveva continuato ad amarlo in segreto). Si aggrappa così a scene eminentemente grottesche di cui contempla ogni giorno le più piccole sfumature. Esempi? Una fanciulla con i peli pubici dipinti dei colori della bandiera sovietica che si precipita a capofitto contro un muro, altolocati e vacui personaggi che cercano di colmare il vuoto delle loro esistenze con discussioni sul jazz etiope o sulla “colorazione pirandelliana” dei capelli, un chirurgo estetico che pratica l’iniezione di Botox a clienti di cui vuole essere “l’amico”, un cardinale che lascia da parte le riflessioni spirituali per evocare le sue doti di cuoco, una bambina che esorcizza la sua rabbia facendo action-painting di fronte a una folla ipnotizzata, un adolescente così ossessionato dagli scritti di grandi autori che arriva a fagocitarli letteralmente divenendone testimonianza incarnata, anche se questo significa mostrarsi nudo dipinto di rosso.

Un vortice di scene e immagini che compongono, come piccole tessere di un mosaico, l’animo di questo esteta amareggiato, di un uomo che tenta di fermare la deriva del proprio spirito cullandosi sulle memorie, sulla vita che gli fugge tra le dita. Ed è proprio in questa disperazione sotterranea che il film di Sorrentino ammalia. Da questa cocente frustrazione nasce infatti una bellezza inaudita, un sentimento quasi sovrumano che si schiude a Jep quando Stefano gli apre le porte dei più bei palazzi romani, una struggente perfezione che è intorno a lui, intorno a noi, e che allungando la mano per afferrarla, gli sfugge, ci sfugge inopinatamente. Una Grande (perduta) Bellezza.

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