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Recensione a cura di

Scheda Film

Un archetipo, ovvero un film che divenne una vera e propria risorsa per registi e uomini di cinema che ne “saccheggiarono” l’impianto narrativo per riadattarlo al genere western (Sergio Leone, per dirne uno) o metropolitano (Walter Hill, per dirne un altro). La storia è incentrata sulla figura eroica di un solitario samurai, Sanjuro (interpretato dall’attore feticcio di Kurosawa, Toshiro Mifune), il quale nel Giappone del XVII secolo giunge ad un villaggio in cui è in atto una guerra senza quartiere tra due potenti famiglie locali. L’uomo sfrutterà l’odio dei due clan per divenire il trait d’union insanguinato tra i due contendenti, facendo leva sulla brama di potere e sulla corruttibilità degli uomini. La sua strategia in effetti è molto semplice: farsi pagare dall’una e dall’altra fazione e far credere ad ambedue di essere un sicario fedele ora all’una e ora all’altra fazione, a seconda della contingenza. Tantissimi i rimandi di quest’opera che troviamo nel cinema di Sergio Leone: in “Per un Pugno di Dollari” Clint Eastwwod tiene sempre una mano sotto al poncho, proprio come Sanjuro dentro al suo kimono, inoltre sia il samurai che il pistolero tengono spesso uno stecchino in bocca. Insomma è lampante quanto Leone sia debitore verso questo film e quanto profondo il suo omaggio sia stato al cinema di Kurosawa. Yojimbo è un film denso di azione in cui linearità narrativa e gusto iconografico appaiono inscindibili contribuendo a creare un riferimento nel cinema d’azione contemporaneo. Un film a cui non si può rinunciare neppure per comprendere a pieno l’evoluzione creativa degli odierni action movies che sono tutti un po’ figli di questa storia.

Titolo originale: Yojimbo

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