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Recensione a cura di

Scheda Film

Ermanno Olmi nella sua opera più rappresentativa, paga un omaggio alle sue origini contadine e ai luoghi della sua infanzia, tessendo le trame di una saga familiare nelle campagne di Bergamo sul finire del secolo scorso. Cinque famiglie di contadini vivono nella stessa grande casa colonica lavorando duramente per conto del padrone della casa e delle terre circostanti. Si intrecciano storie e piccoli drammi tra questa gente umile, ma forte ed orgogliosa. Il film prende il titolo dall’albero avito da cui uno dei contadini intagliava gli zoccoli per i figli: sarà anche il motivo per cui la famiglia verrà scacciata dalla propria casa. Un film epico, inutile dirlo, dove valori quali dignità, umiltà, alto senso del dovere, lavoro, saggezza popolare troveranno ampio risalto. Con Olmi si apre una nuova stagione neoverista in Italia, le sue opere ripartono dal neorealismo di De Sica e Rossellini per esaltarne la cifra estetica laddove questa incontri le tradizioni popolari, le antiche usanze contadine di una terra che ha perso ogni identità con l’avanzare del progresso. C’è una sorta di velo nostalgico dietro le sue potenti raffigurazioni, una compartecipazione ai valori che hanno fondato un’intera cultura, un senso di appartenenza che non può essere ignorato. Il film è stato vincitore dell’edizione di Cannes del 1978, trovando la grande consacrazione che merita. Un’opera impegnativa (dura oltre tre ore), ma dalla grande verve poetica: una poesia che sale dall’umiltà delle piccole cose, gesti come la meravigliosa sequenza del nonno che spiega alla nipotina come si devono piantare i giovani germogli: dissodando il terreno con le mani, scavandovi piccoli buchi, irrorando i germogli con poche gocce d’acqua.

Titolo originale: L’Albero degli Zoccoli

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