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Recensione a cura di

Scheda Film

Un film geniale e controverso questo di Michael Powell che non mancò di subire gli strali della censura e di certa parte di una critica che non gli perdonò la truculenza del soggetto. Eppure Powell, con l’aiuto di un ottimo Leo Marks in sede di sceneggiatura, costruì qualcosa di veramente nuovo addentrandosi nelle più remote regioni della follia umana per trarne un lucido resoconto che non manca di affascinare. Il personaggio emblematico è quello di Mark Lewis, timido e impacciato operatore cinematografico, che decide di filmare la morte negli occhi delle persone che sanno di morire. Per fare questo trasforma la sua cinepresa in uno strano congegno mortale dotandola di una baionetta con la quale uccide e filma le sue vittime. Parallelamente l’uomo continua a condurre una vita più che normale, fatta di sottomissione psicologica e di autismo sociale. Memorabile la scena iniziale: un uomo di avvicina in silenzio ad una prostituta che sta ammirando una vetrina, nasconde una telecamera sotto il cappotto, la donna fa cenno di seguirlo, la visuale passa in soggettiva e l’occhio della telecamera segue la donna fino a casa, fino ad inquadrare zoomando il viso atterrito della donna quando questa si accorge di essere in trappola. Splendido spin-off di un filone in bilico tra horror e thriller psicologico, un genere quasi inesplorato che Powell ebbe il merito di percorrere con l’immensa professionalità che lo contraddistingueva confezionando un’opera con idee e spunti veramente degni di nota.

Titolo originale: Peeping Tom

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