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Recensione a cura di

Scheda Film

Un film che rimesta nel sordido questo di Fritz Lang, possente e affascinante nella sua visione criminale della realtà. Narra la storia di Hans Beckert, serial killer di bambine, inseguito invano dalla polizia tedesca e catturato dal crimine organizzato che si sostituirà alla giustizia civile nel processarlo e condannarlo. Un’opera davvero rivoluzionaria dove la cinepresa percorre le nervature degli stati d’animo dei vari personaggi e ne restituisce un quadro analitico e spietato allo spettatore. L’inquietudine sorge non già dal reiterato uso di scene di violenza ma dalla sensazione di “azione delittuosa” che aleggia in potenza durante ogni scena, quasi un crimine in fieri, denudato nella sua natura ontologica e scaraventato sul proscenio per scuotere la platea. Peter Lorre giganteggia nel ruolo principale conferendo al sordido personaggio un’aura bieca e oscura, celebre il suo sguardo atterrito quando si accorge di una M scritta col gesso sul suo cappotto, inequivocabile segno che è stato scoperto. In quel preciso istante il suo terrore è il nostro terrore e Lang riesce nell’improba operazione di creare un alone di pathos intorno a questa viscida creatura, un artificio che ben pochi registi possono compiere. Un’opera divenuta nel tempo l’archetipo di un certo cinema noir, quel tipo di oscurità cioè che proviene dall’animo, e che più sa atterrire.

Titolo originale: M

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