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Recensione a cura di

Scheda Film

Un’opera cardinale per il dopoguerra hollywoodiano, perché ebbe il merito di inaugurare un filone mistico speculativo fino a quel momento messo da parte dall’industria dell’entertainment. La premiata coppia Powell – Pressburger dimostra ancora una volta che il cinema può e deve far riflettere lo spettatore, coinvolgendolo e commuovendolo, vertendo su tematiche non necessariamente frivole. Il loro sguardo è allegorico e pone in costante confronto l’uomo con l’elemento divino, un’equazione sotterranea che crepita sotto la narrazione e ne pervade le atmosfere conferendo alla storia un mood metafisico. La tensione tra umano e divino è palpabile e trascina lo spettatore in un vortice in cui i pilastri stessi della Religione vengono fatti vibrare. La storia è quella di un gruppo di cinque suore, di stanza a Calcutta, che decidono di stabilire una comunità religiosa nell’impervia regione dell’Himalaya. Per farlo si stabiliscono in un antico palazzo che fu un harem. Quelle ataviche mura risveglieranno in loro demoni sopiti e ancestrali dubbi. Un’opera davvero splendida nella sua rincorsa forsennata al lato più umano del misticismo religioso e alla sua graduale corruttibilità. Un film che centellina metafore spirituali mutandole in fredda materia, ma con la levità tipica dello stile di Powell e Pressburger. Un’opera che scatenò inevitabilmente feroci polemiche che sfociarono in seri problemi di distribuzione della pellicola, ma che non tolsero al film il suo profondo valore artistico e morale.

Titolo originale: Black Narcissus

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