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Recensione a cura di

Scheda Film

Un Wim Wenders istrionico e goliardico filma in splendida presa diretta un road movie fracassone e intimista, capace di inchiodare lo spettatore alla poltrona per 3 lunghe ore con la malìa del suo formalismo iconografico e le gesta sgangherate dei due protagonisti. La storia è imperniata sull’incontro tra due personalità antitetiche: Bruno è un riparatore di proiettori e macchine da presa che gira la Germania per lavoro, Robert uno psicolinguista che si è appena separato dalla moglie dopo un viaggio in Italia. I due stringeranno un improbabile sodalizio dopo un incidente stradale condividendo un viaggio che li porterà a percorrere un Paese dibattuto tra boom economico e lacerazioni etnico-politiche. I due, come due angeli squinternati, poseranno il loro candore sopra una miriade di storie e situazioni ricavando da ognuna una minuscola tessera della propria redenzione. Wenders, dopo Alice nelle Città e Falso Movimento conclude la trilogia dedicata al viaggio riuscendo a coglierne l’aspetto più toccante: il senso avido di fratellanza, il fascino delle distanze da percorrere, il riverbero della gente incontrata. L’opera di Wenders presenta ovviamente un carattere marcatamente autobiografico: nell’ossessione di Bruno per il cinema, nel carattere nomade dei due, nella passione di Robert per gli aspetti della lingua che sfiorano zone inesplorate della psiche umana. Un film brulicante di battute, di persone, di paesaggi.

Titolo originale:Im Lauf der Zeit

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