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Non lasciatevi ingannare dal titolo del film. Il termine Parasite può evocare ad una prima lettura il genere horror, o altri sotto- generi che peraltro Bong Joon-ho non ha esitato a sondare nelle sue opere precedenti. Da Memories of Murder (2003), che lo ha rivelato al pubblico occidentale, il regista sudcoreano non ha smesso di navigare nei tempestosi flutti dei vari generi cinematografici, dalla fantascienza (Snowpiercer) al dramma intimo (Mother), passando per l’Horror (The Host) o la Favola poetica (Okja), che lo rende decisamente un artista non classificabile.

Di Bong Joon-ho colpisce la perfezione nel dominare sia la forma che il contenuto. Il film è stato incoronato al 72 ° Festival di Cannes con una meritata Palma d’Oro che consacra il talento di un regista di fatto trasformandolo in un’autentica star, mentre in precedenza era conosciuto e apprezzato da una manciata di spettatori. Inoltre è sopraggiunto anche il trionfo tributatogli dall’Academy con ben 4 Oscar di cui uno per il miglior film, cosa mai avvenuta in precedenza per un film non americano. E’ dunque palese che stiamo parlando di un’opera eccezionale che ha ricevuto ogni genere di riconoscimento.

Il parassita del film non è quindi né una creatura mostruosa né un virus mutante, ma piuttosto la storia di una famiglia che vive nell’odierna Seoul che, privata del lavoro, è spinta ad entrare in una relazione di dipendenza con una famiglia benestante.

“Un titolo ironico”, afferma il regista, che dipinge una visione molto cupa del suo paese. Quella di due Coree inconciliabili, la cui divisione geografica raddoppia nell’ottica di un’analoga divisione tra classi sociali. Due mondi, ricchi e poveri, e un confine invalicabile almeno come il 38 ° parallelo che divide le due Coree.

La metafora della divisione è incarnata nel film da ciò che si trova nel seminterrato e sulla superficie abitabile di una grande e meravigliosa dimora, costruita nei quartieri alti di Seoul. Qui risiede la famiglia Park, che ha acquistato la prestigiosa magione dall’Architetto che la costruì e la abitò. La famiglia è una sorta di caricatura della nuova élite coreana che ha fatto fortuna con le nuove tecnologie, imitando lo stile di vita occidentale e infarcendo il proprio linguaggio di frasi anglosassoni (in questo ricordando la passione ottocentesca della Nobiltà Russa per la lingua francese).

Il suo prato ben tagliato, la sua immensa finestra panoramica che consente l’ingresso della carezza del sole, la sua dispensa piena di cibo fa sognare Kim e la sua famiglia, un nucleo che si stringe in uno scantinato puzzolente circondato da balordi e ubriachi, senza alcuna speranza di redenzione, con una situazione economica allo stremo.

Quando il figlio di Kim, Ki-woo viene assunto dai Park, per mezzo di un falso diploma, per dare lezioni di inglese alla loro figlia, il signor Kim elaborerà un diabolico piano per soppiantare l’attuale servitù della casa e trasferire la sua miseranda famiglia al servizio dei Park. La sorella, il padre e la madre vengono così assunti uno dopo l’altro per provvedere ai vari compiti necessari nella Casa (insegnante di disegno, autista, governante), senza che i Park sospettino di avere a che fare con i membri di un’unica famiglia. Per farsi assumere i Kim usano metodi a dir poco perversi, come intrappolare lo chaffeur in un finto scandalo sessuale o eliminare la governante sfruttando la sua allergia alle pesche.

Un evento inaspettato sconvolgerà comunque questa bella truffa e la trappola si chiuderà sui Kim, riportandoli al loro punto di partenza: le viscere di Seoul nel momento in cui piogge torrenziali traboccano da tutte le fogne della città esaltando la miseria della superficie.

In un crescendo drammatico, di cui il cinema coreano detiene da anni il marchio di fabbrica (si veda ad esempio il cinema mefistofelico di Park Chan-wook o quello metropolitano di Sang-ho Yeon), quella che era iniziata come una commedia sociale velatamente corrosiva, contrapponendo il calore e l’esuberanza della famiglia Kim all’universo gelido e fittizio dei Park, si trasforma improvvisamente in un dramma scespiriano. Nessuna delle due famiglie ha davvero la colpa dell’implacabili meccaniche che stanno per accadere, il tutto appare governato dal rapporto causa-effetto che regola i rapporti sociali e le divisioni tra i ceti. “È una commedia senza clown, una tragedia senza cattivi”, afferma felliniamente il regista.

Toni offuscati che instillano gradualmente ansia e disagio con il semplice gioco di una messa in scena utilizzando inquadrature lente e scatti panoramici che esplorano ogni angolo della casa, e degli uomini che la abitano. Bong Joon-ho è qui al culmine della sua arte in questa lotta di classe sotterranea. E trasmette un messaggio di insondabile pessimismo sullo stato del nostro mondo in cui la famiglia rimane l’ultimo rifugio, ma anche, in qualche modo, l’ineludibile trappola.

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