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Recensione a cura di

Scheda Film

Un’assai poco velata satira sul regno del terrore di Stalin, vittima della censura in Russia e proiettato qualche anno dopo la sua realizzazione con grande successo di pubblico. Autore di questo piccolo gioiello è il regista georgiano Tengiz Abuladze che tratteggia i connotati dittatoriali di Stalin in un borgomastro di una cittadina georgiana e ne fa un simulacro di abiezione politica e di ferocia umana dopo la morte. L’assoluta genialità del film sta nel fatto che nonostante il borgomastro sia morto il suo corpo continua a riaffiorare nel luogo della sepoltura. La polizia arresterà una donna che spiegherà come la salma dell’uomo non deve avere pace a causa delle efferatezze commesse da questi durante il suo mandato pubblico. Inizierà un flashback in cui l’uomo verrà dipinto come un tiranno da operetta con gli spasmi fisiognomici dei grandi autarchi del passato (baffetti à la Hitler, imperiosità à la Mussolini, crudele astuzia à la Stalin). Più che evidente la denuncia sociale di ogni dittatura che priva l’essere umano di ogni più elementare libertà a fronte della sete di potere personale, della volontà di prevaricazione, della devastazione morale di ogni principio di convivenza civile. Come già Chaplin nel Grande Dittatore anche Abuladze sceglie la lama sottile dell’ironia per incidere la sua denuncia, ma con la differenza che in questo film la risata è strozzata in gola da un senso di cinismo e amarezza che permea tutta la narrazione. Un’opera dimenticata, in Occidente la si conosce soltanto nei cinema d’Essai o negli ambienti cinefili, che varca i confini nazionali della Georgia per attestarsi nell’Empireo delle grandi opere che recano nel proprio DNA un messaggio universale.

Titolo originale: Monanieba

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