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Un’opera cruciale per la genesi del nostro cinema, che ha ispirato intere generazioni di registi. Rossellini progetta e mette in scena quasi in presa reale un documento che potesse testimoniare gli effetti della Guerra in Italia. Lo fa con un’opera di rottura che rinuncia ad ogni tipo di sentimentalismo mainstream per andare ad intercettare con la sua cinepresa nient’altro che la verità. Inizia, a torto o a ragione, con questa opera l’uso cosciente del termine “neorealismo”, anche se germinalmente lo si tende a far risalire a due anni prima, al Visconti di “Ossessione”. Dibattiti da intellettuali. A noi preme sottolineare la nascita di un nuovo modo di fare cinema, un rivoluzionario linguaggio che partendo dall’Italia si fa strada nel mondo e conquista le corti intellettuali europee prima e americane poi. Un linguaggio che fonda la propria semantica sulla restituzione del Vero, mondato da qualsiasi orpello scenico o di maniera, con il suo ineludibile retaggio storico.

Nella Roma occupata di fine guerra tre personaggi vanno incontro al loro drammatico destino: una donna del popolo, un sacerdote amato dalla gente e un ingegnere comunista. Su tutto cala impietosa l’ombra dell’invasore tedesco, quasi a fungere da collante narrativo per ogni segmento dell’opera. Menzione di merito per Aldo Fabrizi e Anna Magnani, due attori che hanno contribuito alla fortuna di quest’opera, due grandiosi talenti espressi dal fermento intellettuale di una nazione che da subito volle risollevarsi e ripartire.

Innanzitutto questo film è un tributo: un omaggio alla resistenza tout court. A tutti quegli uomini, donne e persino bambini che hanno rischiato la propria vita per la libertà. Comunisti e religiosi che cooperano insieme contro l’occupante, pronti a unirsi e a non tradirsi (il tipografo Francesco e sua moglie, sebbene laici, preferiscono di gran lunga unirsi alla Chiesa piuttosto che a un regime fascista). Le loro diverse concezioni del mondo non vengono in alcun modo censurate e risultano più evidenti quando i personaggi si evolvono in solitario (il prete vede nella barbarie dell’occupazione la sanzione divina contro un’umanità difettosa e i comunisti si aggirano tra rovine da cui sorge la falce e martello). Ma al centro della lotta, queste differenze non sono più marcate e la loro alleanza è simboleggiata da un’azione congiunta all’interno del Comitato di liberazione nazionale (un fronte di resistenza composto da Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Liberale, Democrazia Cristiana). Rossellini evita tutte le forme di eroismo e sensazionalismo radicando la sua storia nella vita di tutti i giorni, con le difficoltà nel trovare cibo, con le crisi di disperazione, con i bambini in balìa della strada, con coloro che scelgono il collaborazionismo, per opportunismo o per viltà. Non c’è spirito di martirio qui e nessuno pensa al tributo postumo. A causa di questa sorta di filtro, di questo calcolato disincanto, il film può apparire piuttosto freddo, e la sua prima parte, che è profondamente radicata nella vita di tutti i giorni, potrebbe persino risultare pedante ad alcuni. Ma quando compaiono i nazisti in cerca dei rivoltosi, mentre perquisiscono appartamenti o evacuano edifici, mentre requisiscono, rapiscono, violentano una società già ridotta allo stremo, i loro abusi risultano il vettore che germina una coesione sociale impensabile. Un coacervo di uomini e sentimenti che sono il fulcro impenetrabile, quasi apologetico del film. Ed è da questa grande forza sociale che nasce l’incanto estetico ed etico dell’opera di Rossellini.

In definitiva un film che rappresenta una presa di coscienza del Cinema Italiano che transita di colpo dal mero intrattenimento ad articolato progetto artistico. Il tutto avviene attraverso o grazie al filtro di una realtà che è essa stessa depositaria della più alta forma d’arte concepibile: la vita degli uomini.

Titolo originale: Roma Città Aperta

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