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Recensione a cura di

Scheda Film

Jim Jarmusch al suo secondo film dopo il debutto con Permanent Vacation del 1980. Il talentuoso regista di New York ci regala un’opera grottesca e sardonica, un road movie dove tutto succede e dove ogni cosa inaspettatamente torna al suo esatto punto di partenza, dopo un tortuosissimo percorso. La storia è quella di un giovane di New York, Willie, annoiato e cinico, che riceve l’inaspettata visita di una cugina ungherese di sedici anni. Dopo dieci giorni di permanenza la ragazza si trasferisce a Cleveland. Per combattere la noia Willie con l’amico Eddie restituisce la visita alla cugina viaggiando verso Cleveland. Il viaggio segnerà l’inizio di una grottesca gimcana attraverso i flutti del fato e della strada. Arrivati a Cleveland Willie e Eddie coinvolgono Eva in un viaggio verso la Florida. Il viaggio come metafora di vita è una costante nel cinema di Jarmusch, lo ritroveremo in Daunbailò, in Dead Men (dove assume la valenza di un percorso catartico). Un plauso allo ieratico John Lurie nel ruolo del protagonista, la sua maschera indecifrabile conferisce credibilità e sostanza all’opera. Willie ed Eddie si spostano fisicamente a Cleveland, ma il loro percorso non è un trasferimento fisico dal punto A al punto B, ma una sorta di equazione intellettuale, un’inferenza lanciata nel buio della notte. Il viaggio, secondo la concezione di Stranger Than Paradise, va prima accarezzato nella mente, progettato, vissuto cerebralmente, prima ancora che esperito. Quando l’auto divora i chilometri che la separano dalla meta finale, il viaggio in realtà è gia compiuto, si tratta soltanto di espletarne l’esperienza euristica.

Titolo originale: Stranger Than Paradise

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