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Frankenstein

Pubblicato il 30 Agosto 2025

Guillermo del Toro alla regia di Frankenstein: l’annuncio stesso avrebbe dovuto far tremare le fondamenta del cinema horror gotico. Del Toro, maestro del grottesco barocco, abile tessitore di atmosfere claustrofobiche e oniriche, sembrava il candidato ideale per rivisitare il mito di Victor Frankenstein, un archetipo letterario che ha plasmato l’immaginario collettivo per due secoli. La scelta del cast, seppur non rivelatrice di una precisa direzione stilistica in assenza di sinossi ufficiale, alimentava l’attesa: Robert Powell, celebre per la sua interpretazione di Gesù in Gesù di Nazareth, proiettava un’aura di sofferenza e redenzione potenzialmente perfetta per il ruolo del tormentato scienziato; David Warner, veterano del cinema fantastico e capace di interpretare sia il villain raffinato che il personaggio moralmente ambiguo, sembrava la scelta ideale per un ruolo di supporto potenzialmente complesso; Carrie Fisher, iconica Principessa Leia di Star Wars, portava con sé una carica di ironia e vulnerabilità che poteva sorprendentemente adattarsi al contesto, mentre la presenza di John Gielgud, attore shakespeariano di fama mondiale, garantiva un livello di raffinatezza interpretativa di altissimo livello.

La mancanza di una sinossi ufficiale, però, si rivela un ostacolo significativo. La potenziale grandezza di un’opera del genere risiede nella capacità di rileggere la mitologia frankensteiniana in chiave deltoriana, di fonderla con la sua poetica visiva e tematica. Senza informazioni specifiche sulla trama, possiamo solo speculare su possibili interpretazioni. Potrebbe essere una fedele aderenza al romanzo di Mary Shelley, un adattamento libero che ne enfatizza gli aspetti gotici e orrorifici, oppure una reinterpretazione postmoderna che demistifica il mito, lo ironizza o lo ribalta completamente. Le interpretazioni possibili sono innumerevoli.

Immaginiamo, ad esempio, una versione che si concentra sulla profonda solitudine di Victor Frankenstein, sulla sua ossessione smisurata che lo porta alla distruzione, esplorando il tema della creazione e della responsabilità in chiave esistenzialista, con un’estetica cupa e decadente, tipica del cinema del Toro. La presenza di Powell, con la sua capacità di esprimere la sofferenza interiore, potrebbe essere determinante in questo caso. O ancora, una versione più politica, che mette in luce l’aspetto del “mostro” come metafora della marginalizzazione sociale, della paura dell’altro, della discriminazione, con Warner nel ruolo di un antagonista complesso e sfaccettato.

L’inserimento di Carrie Fisher, con la sua esperienza nel genere fantascientifico ma anche nella commedia, è altrettanto enigmatico. Potrebbe essere un elemento che introduce una nota di leggerezza, di ironia, un contrappunto alla gravità del tema principale, o rappresentare una figura di confine, capace di osservare il dramma da una prospettiva esterna, forse addirittura un narratore non convenzionale. La presenza di Gielgud suggerisce un’attenzione particolare al linguaggio, alla costruzione dei dialoghi, al peso delle parole, elementi chiave nell’opera originale e facilmente amplificabili dall’estetica deltoriana.

La mancanza di dati sull’accoglienza critica e di pubblico impedisce una valutazione completa. Sarebbe interessante confrontare le reazioni alla pellicola con l’accoglienza riservata ad altre opere che hanno reinterpretato il mito di Frankenstein, come la versione di James Whale del 1931, pietra miliare del genere horror, o le più recenti rivisitazioni che hanno esplorato aspetti sociali e politici del racconto. Un’analisi comparativa potrebbe mettere in luce l’originalità e l’impatto del film di Del Toro.

La sfida per Del Toro, quindi, non era solo quella di realizzare una versione visivamente accattivante di Frankenstein, ma di aggiungere un tassello significativo alla sua già ricca filmografia e, cosa più importante, al canone del cinema horror. Considerando il suo stile registico, la sua propensione per la costruzione di personaggi complessi e ambigui, e la sua capacità di intrecciare elementi gotici, horror e fantasy, si può ipotizzare che il film, se all’altezza delle aspettative, non solo avrebbe offerto una nuova e stimolante lettura del mito di Frankenstein, ma avrebbe anche rappresentato un contributo fondamentale alla storia del cinema, meritevole di un posto nel Movie Canon.

Ma senza la sinossi ufficiale, possiamo solo formulare congetture. L’assenza di informazioni concrete impedisce un giudizio definitivo. La potenza evocativa dei nomi coinvolti, tuttavia, lascia intravedere il potenziale di un’opera memorabile, un’opera che potrebbe ridefinire i parametri del genere e che, con una trama degna del suo potenziale, potrebbe aspirare, con pieno merito, a diventare un classico del cinema. La storia del cinema è piena di film di cui si conosce solo il cast, e che poi si sono rivelati capolavori; allo stesso modo, un cast stellare potrebbe non salvare un film mediocre dalla dimenticanza. In questo caso specifico, l’attesa per il giudizio finale si mescola ad una certa inquietudine, simile a quella che prova lo stesso Victor Frankenstein di fronte alla sua creazione.

L’eredità di Frankenstein è immensa, e abbraccia diversi generi e stilemi artistici, dalle opere letterarie alle rappresentazioni teatrali, passando per le opere pittoriche e persino la musica. Del Toro avrebbe avuto l’opportunità di dialogare con questa ricca tradizione, di attingere ad essa per creare qualcosa di nuovo, ma anche di rispettare l’anima dell’opera originaria. La sfida, in questo caso, è stata quella di coniugare la modernità e la contemporaneità dell’approccio deltoriano con la sacralità del mito, evitando un’operazione di profanazione estetica. La riuscita o meno di questa delicata operazione di bilanciamento resta, ancora una volta, un quesito a cui solo una visione del film potrebbe dare una risposta definitiva.

In definitiva, questo “Frankenstein” silenzioso, avvolto nel mistero della sinossi mancante, rimane un enigma affascinante. Un’opera promessa che, come un’ombra inafferrabile, si profila nell’orizzonte della storia del cinema, pronta a rivelare, o meno, la sua vera natura. Solo il tempo, e la visione del film, potranno dire se questo progetto ambizioso sarà in grado di raggiungere la sua piena potenzialità, entrando a far parte a pieno titolo del Movie Canon, oppure se rimarrà solo un’ipotesi, un potenziale capolavoro rimasto inespresso.

Scheda Film

Voto: N/A

Regista: Guillermo del Toro

Cast: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Christoph Waltz, Felix Kammerer

Sceneggiatura: Guillermo del Toro, Mary Shelley

Data di uscita: 17 Ott 2025

Titolo originale: Frankenstein

Paese di produzione: United States of America

Vedi la scheda completa su IMDb →

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

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