L’ottava stagione di Viaggio nella Luna è finalmente arrivata, che lo vogliate o no. L’allegro squadrone è tornato con la prima puntata, e sembra essere uscito indenne, per lo meno a livello di salute, da ‘sti mesi che ci hanno propinato clausure forzate con contorno di tranvate all’economia, pralinatura di Decreti Legislativi e un tripudio di dilatazioni temporali, che sembrano aver incurvato il normale scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore, permettendoci di esperire, ma solo apparentemente, alcuni dei princìpi della Teoria della Relatività Generale di quel geniaccio spettinato che faceva la lingua e che, poi, è finito su centinaia di migliaia di magliette.
Insomma, il tempo è stato tagliato alla Julienne, come in una Tomografia ad Emissione di Positroni, permettendoci di combattere la febbre del chiuso con una delle nostre ossessioni principali: il cinema.

Difatti, è talmente tanta la “roba” da dire che, questa prima puntata si presenta come una macedonia che, però, presenta un ordine nel suo caos, un metodo nella sua pazzia. Quindi, nonostante all’appello siano mancati gli ottimi Marco Belemmi, impegnato con gli Scout, e Francesco Morosini (la cui foto è apparsa su “Chi l’ha visto?”), la cricca si è esibita in una serie di acrobazie perlopiù ordinate, saltellando qua e là tra cinema, serie tv e, perché no, giochi in scatola.

In ordine sparso, si è parlato della più che riuscita “Cobra Kai”, serie del 2018 nata su YouTube Premium e acquistata da Netflix, che si è dimostrata piacevolmente fresca, nonostante peschi ovviamente a piene mani dai caratteri e dalle situazioni generatesi dal film di Avildsen dell’84, uno degli “underdog movies” per eccellenza, divenuto un cult nonostante i difetti oggettivi, uno dei tanti è l’aver portato sul grande schermo il karate più goffo e approssimativo della storia del cinema, messo in scena da attori che probabilmente non avevano mai messo piede in un dojo nella loro vita, ma che, incredibilmente ha funzionato comunque, generando tre seguiti, il cui ultimo vedeva come protagonista Hilary Swank. Quindi, dalle ceneri della saga di “Karate Kid”, nasce questo “Cobra Kai” che vede come protagonista un diversamente giovane Johnny Lawrence (William Zabka), l’antagonista del primo film, che vivacchia in un presente non troppo clemente con lui, un presente dove, invece, il buon Daniel LaRusso, è diventato un milionario che ha fatto dollari a palate nel mondo delle concessionarie d’automobili in quella All Valley dove si era trasferito con la madre 33 anni prima. Il parlare di questa serie, ha dato adito alla cricca di VnL di tirare in ballo anche degli altri prodotti di quello che è divenuto ormai una sorta di franchise, tra cui il più che opinabile “Karate Kid – La leggenda continua”, reboot del 2010 firmato dall’olandese Harald Zwart, un regalino che il “papi” Will Smith fece al figlio Jaden, facendolo diventare il protagonista di ‘sto film ambientato in Cina dove il maestro Myiagi dell’occasione è semplicemente dio in terra: Jackie Chan, che qui recita nei panni del Signor Han, un portiere tuttofare di una palazzina che, chiaramente, è un mostro del kung fu che insegnerà questa forma marziale a Dre Parker (Jaden Smith), trasformandolo da zero a mito all’interno di un fluire di improbabili eventi che necessitano di massive iniezioni di sospensione dell’incredulità. Ma non c’è niente da fare, questi film funzionano comunque, a tal punto da incassare quasi 360 milioni di dollari in tutto il mondo, che per un prodotto del genere sono un’autentica camionata di soldi.

Sempre parlando di serie, ma per la rubrica “I treni della ghiaia”, Federico, spalleggiato da Lorenzo, sente di portare in auge “Olive Kitteridge”, miniserie HBO di quattro episodi del 2014 ad opera della regista Lisa Cholodenko che vede come protagonisti due veri e propri mostri sacri del cinema, Frances McDormand e Richard Jenkins. Quattro episodi straordinari che investono sul rapporto di questa coppia molto assortita che ha come teatro degli avvenimenti la città balneare di Crosby nel Maine. Nel caso ve la siate persa, VnL consiglia VIVAMENTE.

Durante la puntata, Alessandro butta nel mucchio anche “Ratched”, altra serie Netflix con Sarah Paulson uscita recentemente che ricalca, in maniera decisamente originale, forse troppo, la genesi e la carriera di quella Mildred Ratched caporeparto dell’ospedale psichiatrico di Salem nello straordinario capolavoro di Forman del ’75 “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. La serie è prodotta da Ryan Murphy, il deus ex machina di “American Horror Story”, una delle serie più discontinue della storia, che vanta stagioni interessanti che si alternano a dei veri e propri merdoni.

Sull’onda-Paulson, nuovamente Alessandro (che a ‘sto punto ne è innamorato perso, della Paulson) ci suggerisce di vedere “Blue Jay”, film del 2016 di Alexandre Lehmann, che ha tutte le carte in regola per essere interessantissimo per coloro che non l’hanno ancora visto. Il film, infatti, ha una sceneggiatura di sole cinque pagine e le varie sequenze che lo compongono sono recitate dagli attori che improvvisano tutti i dialoghi.

E siccome “Blue Jay” ha tra i protagonisti Mark Duplass, attore, regista e sceneggiatore statunitense, non è mancato il tempo per parlare anche di quest’ultimo, che risulta forse sconosciuto ai più ma è artefice e interprete di prodotti notabili della Settima Arte come “Cyrus” (2010) di cui è regista, e “Paddleton”, (2019) girato sempre da Lehmann e sceneggiato da Duplass che qui veste anche i panni di uno dei due protagonisti assieme a Ray Romano.

In questo immenso sproloquio vengono tirate in ballo numerose pellicole senza soluzione di continuità, belle, brutte mediocri e, in maniera del tutto casuale, per “colpa” di Federico, nasce la rubrica “Bambini-Merda”, che si occupa, e si occuperà, di tutti quei film, belli e brutti, che vedono come protagonisti dei teneri virgulti che, però, sembrano aver ereditato il corredo genetico di Ted Bundy. Vengono quindi nominati film come “L’angelo del male – Brightburn”, “The Prodigy – il figlio del male”, “Case 39” e chi più ne ha più ne metta.
Ma c’è spazio per altro, senza entrare troppo nel dettaglio si è parlato anche di “JoJo rabbit” di Waititi e “La settima musa” di Balagueró.

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