Il quinto episodio della seconda stagione di Mandalorian è il miglior prodotto in tutta la saga della Lucasfilm e qui vi spiego il perché.

La scorsa settimana siamo andati a riassumere il lavoro nei primi quattro episodi della seconda stagione di Mandalorian (per chi se lo fosse perso lo trova qui). Abbiamo visto come la serie sia un grandissimo omaggio al cinema passato e come la serie sia intrinseca di codifiche ben precise che va a ripescare nella seriailità televisiva del passato. Questo quinto episodio non ne è da meno.

L’episodio

La scrittura e la regia di questo episodio passano di mano a Dave Filoni, il quale dimostra grandissime capacità di regia e di scrittura. La puntata, come le precedenti, iniziain medias res con la tanto annunciata e spoilerata presenza di Ashoka Tano interpretata da una magistrale Rosario Dawson. Il Jedi alla ricerca di informazioni, di cui ci è dato conoscere la natura solo a fine episodio, si trova a fronteggiare il governatore di un piccolo centro abitato. In questo scenario arriva sul pianeta Mando, alla ricerca del Jedi per saperne di più sulla natura del trovatello.

Dal far west al oriente

Il quinto episodio di The Mandalorian ci dice due cose molto importanti: la prima è che Dave Filoni è il vero asso della Lucasfilm, la seconda è che Dave Filoni ama Kurosawa. Partiamo da questa secondo assunto, la prima cosa che notiamo è la presenza di una fotografia molto diversa dalle calde lande desolate della frontiera. Qui siamo in pianeta che un tempo era una luna boscosa, ora quel che ne rimane è una foresta spoglia e morente di alberi avvolti in una quasi perenne nebbia. La virata di colore passa alle tonalità del verde, colori contrastati, luci soffuse e ombre. La zona boschiva, in cui Ashoka si mostra per la prima volta in apertura di puntata, ci rimanda a quelle foreste di bambù di capolavori del cinema orientale come La Foresta dei Pugnali Volanti di Zhang Yimou. Superata questa prima scena ci accorgiamo velocemente che tutto è volutamente impostato su uno stile orientale, dalla scenografia alle comparse e sopratutto allo stile sia narrativo che rappresentativo.

Filoni prende Ashoka Tano e la trasforma in un samurai molto simile nei fatti, nei movimenti e nell’atteggiamento al ronin senza nome interpretato da Toshiro Mifume ne La sfida del samurai di Akira Kurosawa, film che guarda caso ispirò un certo regista romano (e il cerchio che si chiude). Ogni inquadratura fatta e ogni scena è pregna e ci suggerisce il cinema del maestro asiatico, così come la colonna sonora che pur mantenendo il suo tema, qui introduce elementi di fiati che risvegliano in noi certi suoni e certe atmosfere del cinema del sol levante. Filoni esegue la stessa operazione che 17 anni fa fece Tarantino con Kill Bill, ovvero prendere tutto l’immaginario e tutta una serie di regole codificate di un certo genere e le fa proprie e al contempo le riadatta a quella che è l’esigenza narrativa e al proprio gusto estetico.

L’asso nella manica

Questa sua abilità unita alla sua grande conoscenza della materia (dopo tutto Ashoka Tano è uscita dalla sua serie Clone Wars), dimostra ancora una volta che il vero uomo di questa serie è Filoni stesso relegando a Favreou il ruolo di tecnico. Dopo aver assistito a quattro puntate dove la narrazione “resta indietro” a discapito dell’azione, dove le azioni e le peripezie del mandaloriano erano il centro della puntata, nonché mezzo per ottenere le informazioni che gli/ci servivano, in questo episodio il fulcro del tutto è proprio la trama principale. In questo episodio la storia ottiene un tassello importante per la costruzione del quadro generale. Non a caso la puntata è centrale alla serie, non a caso la Disney a scelto di affidare al regista della Pennsylvania uno snodo per la trama i cui esiti saranno tutti da scoprire nelle prossime puntate.

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