PIECES OF A WOMAN [2020]
di Kornél Mundruczó
con Vanessa Kirby, Shia LaBoeuf e Ellen Burstyn

17 settembre. L’enorme giunto di partenza di un ponte imperversa centrato all’interno dell’inquadratura, sullo sfondo si staglia la skyline di una Boston che si sta preparando al freddo autunno. La telecamera carrella all’indietro e vediamo Sean (Shia LaBoeuf) alle prese col suo lavoro di capo cantiere. Sbraita ai suoi sottoposti e promette che la figlia in arrivo sarà la prima ad attraversare il ponte che lui e i suoi colleghi stanno costruendo.
Ora ci troviamo nel tripudio di vetrate di un ufficio, dove vediamo Martha (Vanessa Kirby), compagna di Sean, che fa di tutto per gradire la festa che i colleghi le hanno organizzato, una festa che celebra il suo imminente parto. È il suo ultimo giorno di lavoro prima di entrare in maternità.
All’interno di questa sequenza, il regista ungherese Mundruczó si sofferma e languisce sul dettaglio del taglio di una torta dalla quale viene “asportato” con delicatezza un neonato in pasta di zucchero posizionato in cima al dolce, che viene successivamente depositato su un piatto. Bene, la sola immagine di quella lama, fin troppo vicina al simulacro di un bambino, a mio parere vuole essere una sorta di messaggio subliminale, una pillola indorata di glucosio col solo intento di preparare lo spettatore all’imminente catastrofe famigliare che di lì a poco avrà luogo.

“Pieces of a Woman” gravita attorno e al centro della perdita, la perdita che genera una reazione a catena la cui onda d’urto si ripercuoterà naturalmente sui protagonisti, la cui vita andrà in frantumi dopo un’esperienza così inconcepibile come quella di perdere una bambina qualche istante dopo il parto, rendendo effimera l’esistenza di un essere vivente che ha vissuto per una frazione così infinitesimale di tempo da non avere avuto una qualsivoglia consapevolezza della vita.

Questa perdita viene inscenata in maniera straordinaria da Mundruczó, che a sette minuti dall’inizio del film ci accompagna all’interno di quella che, ben presto, ci rendiamo conto essere una magnifica piano-sequenza di quasi mezz’ora, ricca di dettagli e all’interno della quale la tensione monta piano piano, all’inizio quasi non esiste, lambisce come una timida risacca la coppia dei protagonisti, che di comune accordo hanno deciso di partorire in casa la propria figlia. L’intensità aumenta quando i due capiscono che l’ostetrica di fiducia non può essere con loro all’interno di questa fase cruciale, poiché impegnata in un altro difficile travaglio. A causa di questa fatalità sopraggiunge Eva (Molly Parker), un’altra ostetrica ugualmente preparata che seguirà Martha in tutte le fasi del parto, che certamente avrà luogo, ma come anticipato si concluderà nel peggiore dei modi.

E qui, come dico spesso, mi fermo perché non è certo il mio compito raccontare pedissequamente quanto accade nel film, mi limito a riagganciarmi a quanto dicevo un paio di paragrafi prima, ribadendo il concetto che “Pieces of a Woman”, peraltro primo film in lingua inglese del 45enne Kornél Mundruczó, ha a che fare con le ripercussioni di questa terribile perdita che si abbatte in maniera disastrosa sui personaggi che la patiscono.
Personaggi che si spengono, o che si accendono di rabbia, che si perdono per strada, che tradiscono, che cominciano a dire la verità, nel bene e soprattutto nel male. Insomma, inutile dire che la scomparsa prematura della neonata Yvette, genera un vortice negativo all’interno del quale tutti i personaggi vengono inghiottiti.

Il comparto attoriale del film è in pieno stato di grazia, Vanessa Kirby in primis, che con la sua voce tonante veste alla perfezione la figura di una madre tranciata a metà da questa indelebile esperienza, che all’interno di questo vortice è però in grado, ad un certo punto, di ritrovare la razionalità e la capacità di essere giusta nei confronti di determinate persone. Bravissimo è Shia LaBoeuf, che ormai recita nel ruolo di sé stesso in ogni film, coi vestiti di Shia LaBoeuf, i capelli e la barba di Shia LaBoeuf, i tatuaggi di Shia LaBoeuf e quell’adorabile pazzia alla Shia LaBoeuf che, dopo la sua “ribelle” ascensione successiva a puttanate colossali come “Transformers” o “Disturbia”, sta dimostrando di essere un attore fatto e finito, che qui ben sostiene il ruolo di questo padre mai arrivato ad essere definito tale, costruendo un personaggio con le sue fragilità e debolezze, incapace di essere sopportato dalla suocera Elizabeth, interpretata da una Ellen Burstyn in grande spolvero (molti di voi la devono per forza ricordare nei panni di Chris MacNeill, la madre di Regan ne “L’Esorcista” di Friedkin del ’73), che a 88 anni suonati ci regala un personaggio scomodo, forse egoista, che nel bene e nel male vorremmo vedere il più possibile durante l’incedere del film per godere del talento che questa attrice sa elargire.

Con “Pieces of a Woman”, Kornél Mundruczó confeziona un film importante, di spessore autoriale, dove soprattutto non si respira il tanfo di qualcosa di artefatto, bensì si apprezza l’odore della realtà che qui viene servita a badilate, lo fa attraverso gesti tecnici come la piano-sequenza di cui sopra (che peraltro non è l’unica), che è estremamente funzionale al film e non rappresenta l’ennesimo esempio di sbrodolamento accessorio per far vedere quanto un regista sia fico. Molto interessante è anche l’espediente che il regista usa per scandire il tempo, inquadrando i progressi del ponte che vediamo all’inizio del film, le cui estremità opposte si avvicinano sempre più l’una all’altra fino ad arrivare a congiungersi, andando simbolicamente ad eliminare un coagulo che stava otturando una vena, dando la possibilità al sangue di scorrere di nuovo, aprendo la strada a nuove prospettive, al perdono, a nuovi inizi.

Articoli correlati

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.