Con una puntata che ha avuto le pretese di essere stata registrata nel passato per la posterità di un futuro più che prossimo, arriva la sedicesima puntata della settima stagione di Viaggio nella Luna, la seconda di questa quarantena che, purtroppo, ci impedisce di trovarci nel sempre magniloquente, quanto ipovedente, studio di Radio Talpa.
All’appello rispondono tutti fatta eccezione per il Buon Checco™️, che appare ma si conferma incapace di gestire mezzi di natura tecnologica che risultino successivi al telefono in bachelite nonostante i continui stimoli e le martellanti reprimende del Belemmi.
La puntata inizia con i soliti 600 secondi di paciugo, a testimonianza del fatto che le distanze e la clausura non hanno affatto modificato la forma mentis del componenti della trasmissione, poi, è praticamente impossibile per la gang di VnL non lodare la quinta stagione, appena conclusasi, di “Better call Saul”, senz’ombra di dubbio una delle migliori serie mai fatte dotata di un picco incredibile di perfezione nelle puntate 8 e 9.
Aprendo parentesi su parentesi si finisce, non so perché, di parlare anche di Brian De Palma, con cui Marco è molto arrabbiato poiché, a suo dire, il padrino della “New Hollywood” si è lasciato andare, soprattutto per quanto riguarda i suoi ultimi tre prodotti per il grande schermo: “Redacted” (2007), “Passion” (2012) e “Domino” (2019).
Gli altri componenti tentano di placare l’invettiva belemmiana sul De Palma, facendogli capire che un regista che ha firmato due oggettivi capolavori, “Carrie” e “Scarface” e per lo meno due bombe atomiche, “Carlito’s Way” e “Gli Intoccabili”, va perdonato a prescindere. Marco ritratta dicendogli che alla fine gli ha voluto bene, nonostante tutto.
Dopo aver riflettuto un attimo su quanto “Spiderman, far from home” sia uno dei cinefumetti più brutti della storia del cinema, Federico parte con “Pom Poko”, un quasi capolavoro del ’94 di Isao Takahata, mitologico quanto compianto socio di Hayao Miyazaki, nonché importantissima pietra angolare per la fondazione dello Studio Ghibli dopo quel “Nausicaa della valle del vento” che permise al dinamico duo nipponico di mettersi in proprio. L’enorme sacca scrotale dei Tanuki, i personaggi mutaforma protagonisti di “Pom Poko”, stupisce il resto della ciurma di VnL, e Federico non può fare a meno di snocciolare perle di folklore subordinate a questa mitologica creatura che si rifà ad un animale autenticamente esistente: il cane procione o nittereute.
Si torna poi alle serie e Marco, sente dal profondo di portare in auge “Billions”, una serie partita nel 2016 con Paul Giamatti e Damian Lewis, che il Belemmi si è divorato in men che non si dica e che consiglia Urbi et Orbi. “Billions” narra le vicissitudini di Chuck Rhoades (Giamatti), un coriaceo procuratore federale dello stato di New York.
Infine, Lorenzo ci parla, malamente, di una serie che a suo dire è un grandissimo “vorrei ma non posso”, ovvero “The english game”, una mini di 6 puntate disponibile su Netflix e creata dal trittico Fellowes, Charles e Cotton, che parla, ovviamente, del gioco del pallone, del calcio e della nazione che l’ha inventato. Insomma, un prodotto che disponeva di parecchi spunti interessanti ma che soffre di una regia e, soprattutto, di una sceneggiatura terrificanti. Lorenzo, infatti, paragona il divenire degli eventi di ‘sta serie a “Il Segreto”, celeberrima telenovela che ormai da anni imperversa sui teleschermi, e nei cuori, delle massaie di tutto il mondo.
In studio, Marco Belemmi, Federico Minguzzi, Alessandro Nunziata e Lorenzo Scappini. Buon ascolto.

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