Nel 2015 impattai per la prima volta nel duetto austriaco Veronika Franz e Severin Fiala con “Goodnight mommy” – film che naturalmente in Italia non vide la penombra delle sale ma che venne distribuito dalla Midnight Factory per il circuito dell’home video – una pellicola decisamente dignitosa, che aveva dalla sua una precisione visiva quasi chirurgica che palleggiava tra gli idilliaci panorami alpini che l’Austria primaverile è in grado di regalare, e il livido spessore di nefandezze che avveniva all’interno di quella casa, immersa in cotanto splendore. Questa distonia aveva colpito nel segno, le terribili vicissitudini della madre/non-madre e dei figli/non-figli Elias e Lukas avevano attecchito la mia amigdala… non fosse stata per la soluzione finale che, per quanto mi riguarda, non apprezzai particolarmente, molto probabilmente perché la scelta della coppia di registi cadde su un twist già sfruttato all’interno di film che riscossero un successo planetario e che, purtroppo, sdoganarono questo tipo di risoluzione facendo risultare decisamente più tiepide tutte quelle pellicole che sarebbero venute dopo e che cercavano di sfruttare un addentellato simile per stupire lo spettatore. In ogni caso, al di là delle opinioni personali, con “Goodnight mommy” Franz e Fiala si guadagnarono la mia attenzione.

Nel 2018 esce “A field guide to evil”, un’antologica dell’horror che si sostanzia in un film composto di 8 cortometraggi basati su altrettante leggende del folklore, dove il duo partecipa col corto d’apertura “Le peccatrici di Höllfall” che, in un’Austria dall’indefinibile collocazione temporale (in ogni caso potremmo inserirlo tra il 1600 e il 1700, ma non fustigatemi con le ortiche se sbaglio) ci racconta la leggenda del Trud, una creatura generata dal peccato e dalla colpa di due ragazze che si trovano e si piacciono in un momento storico decisamente poco tollerante. Un corto dove si ravvisano impercettibili singhiozzi riconducibili a quell’Eggers di “The Witch” (un oggettivo capolavoro) con una conclusione forse inaspettata ma probabilmente soffocata dal poco minutaggio a disposizione. Con questo non dico che il corto avesse bisogno di un classico “spiegone”, ma la densità de “Le peccatrici di Höllfall” meritava di sicuro qualche scampolo di tempo in più in quanto capace di affamare lo spettatore di quella gustosa curiosità che, però, viene stroncata dal fatto che, ahinoi, di cortometraggio si trattava. Rimane il fatto che questo corto risulta essere il migliore dell’ottetto, assieme a “Cobblers’ lot” di quel Peter Strickland già autore del più che interessante quanto unico “Berberian Sound Studio” del 2012. Franz e Fiala hanno ancora la mia attenzione.

Nel 2019 esce “The Lodge”, edito in Italia dalla Eagle Pictures, che è a mio parere il capo d’opera, per lo meno fino ad ora, dei due registi.
Questa volta Severin Fiala e Veronika Franz decidono di uscire dal suolo austriaco, si fanno produrre dalla leggendaria Hammer, ed ambientano questo horror negli States, dove, senza spiegarvi cosa succede durante le battute iniziali per non fregarvi il gusto, troviamo Richard Hall (Richard Armitage), padre quarantenne che ha a che fare col trauma di un tentato divorzio finito molto male e con la conseguente “amministrazione” dei figli Aiden (Jaeden Martell) e Mia (Lia McHugh), rispettivamente di circa 15 e 10 anni.
All’interno di questo nucleo famigliare pieno di fratture, Richard tenta di inserire l’attuale compagna Grace (Riley Keough), una ragazza dal passato disturbato e disturbante fatto di zelotismo religioso a causa del padre di lei, ministro di una ristretta comune di radicalisti cristiani suicidatasi in massa facendo molto rumore sui media nazionali. Un passato che in Grace ha naturalmente lasciato indelebili strascichi che si ripercuotono anche nel presente, facendo di lei una persona molto fragile nonché dipendente da una serie di psicofarmaci che rappresentano forse l’ultimo appiglio prima del precipizio.
Forse Richard se ne poteva scegliere un’altra, direte voi, ma rimane ovvio che senza questo vettore “The Lodge” non avrebbe potuto aver luogo, per cui atteniamoci ai fatti senza fare troppi commenti sterili e andiamo avanti.
Il Perfetto Manuale delle Famiglie Sfasciate prevede che in questi casi i figli non approvino nella maniera più assoluta la presenza di un qualunque “corpo estraneo” all’interno di nessun tipo di contesto. Infatti, Aiden e Mia non ci tengono proprio a conoscere ‘sta Grace, la detestano ancor prima di conoscerla, non vogliono accettarla come surrogato di madre nella maniera più assoluta e, al contempo, colpevolizzano il padre, reo di aver trovato l’amore nuovamente.
Ma Richard non demorde e decide di trascorrere le vacanze Natalizie nel cottage di famiglia, pensando che questa possa essere un’ottima occasione per introdurre per la prima volta Grace nel quadretto famigliare, sperando nella magia del momento ed invocando al contempo l’aiuto di tutti i santi presenti nel calendario del mese di dicembre. Ma Richard ha da fare, deve lavorare ed è costretto a lasciare Grace in “compagnia” dei figli durante i giorni precedenti il Natale, promettendo di arrivare in tempo per aprire i regali, totalmente ignaro di quello che sarebbe successo di lì a poco.

Qui ha inizio “The Lodge”. E qui mi fermo col racconto.

“The Lodge” è uno di quei prodotti della Settima Arte che si divertono a prenderti per il culo, e lo dico nell’accezione più positiva del termine, è uno di quei film che generano nello spettatore una voglia irrefrenabile di fare innumerevoli congetture, nel tentativo di anticipare e banalizzare il film (perché in cuor nostro ci sentiamo più coccolati e al sicuro se prevediamo qualcosa che poi succederà), ma “The Lodge” è sempre un passo avanti, viaggia sulle frequenze di una piacevolissima, quanto terribile, imprevedibilità sfruttando al contempo degli espedienti per trarre in inganno lo spettatore, insinuando dei cliché che fanno capo al genere, producendo una sensazione di spaesamento, un po’ com’è successo di recente nell’ottimo “Ghostland” del mitologico Pascal Laugier.
Le corde della tensione vibrano in continuazione nonostante il film sia quasi scevro dell’armamentario classico che spesso rende l’horror un po’ becero e conveniente, e per questo mi sento di fare un plauso a Veronika Franz e Severin Fiala che hanno confezionato in maniera sapiente un prodotto esente da “cheap” o “jump scares”, dove a spaventare è l’incessante sibilare del vento (di cui “abusava” il Mario Bava nazionale che non finiremo mai di lodare) e le lentissime carrellate dentro la dettagliatissima casa di bambole di Mia (forse un omaggio “velato” a quella bomba di “Hereditary di Ari Aster?) e sulle stanze del cottage durante le ore notturne quando tutti, o quasi, sono a letto, dove i raggi della luna rimbalzano sul parquet in legno rendendolo viscido e sudaticcio all’occhio di uno spettatore che cerca a tutti i costi di individuare una forma contorta in quella semi-oscurità, occhi che sperano di beccare il mostro, la fonte del male, male che in questo film risiede decisamente altrove: nell’incoscienza e nell’innocente, quanto congenita, malvagità che dimora in ognuno di noi e che, forse priva dei freni inibitori dati dall’esperienza accumulata nell’età adulta, è un grado di generare terribili quanto irrecuperabili disastri che investono sia la vittima che gli incoscienti carnefici, autori di un piano pazzesco ed inaspettato, ma incuranti degli effetti collaterali, in grado di aprire porte del passato che dovevano rimanere saldamente chiuse.
Consigliato agli spettatori che non vogliono staccare la spina del loro cervellino e che amano aspettarsi l’inaspettato.
Veronika e Severin, avete ancora la mia attenzione.

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