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HIM

Pubblicato il 15 Settembre 2025

Him è un incubo in tuta da ginnastica, un perturbante universo muscolare che Justin Tipping cuce addosso allo spettatore sin dal primo frame. Non si tratta solo di un atleta che precipita nel terrore; è uno sguardo inquietante sull’ossessione, sul potere corruttore del successo, e sulla fragilità dell’io di fronte a una forza oscura che si annida non nelle tenebre di un bosco, ma nel luccichio spietato delle medaglie e del trionfo. Il film è una claustrofobica danza tra realtà e paranoia, un viaggio nell’abisso della mente umana in cui il confine tra allenatore e aguzzino si dissolve con un’efficacia che lascia il segno. Si parte da una premessa familiare, quella del giovane promessa (Tyriq Withers), un velocista con un talento bruciante, alle prese con la sua aspirazione al successo. Ma l’incontro con il leggendario Marlon Wayans, una figura enigmatica che sembra emanare un carisma magnetico e inquietante allo stesso tempo, segna una svolta drammatica e psicologicamente lacerante. Non si tratta solo di una storia di sfruttamento sportivo, ma di una discesa agli inferi guidata da una relazione che, pur basata su un rapporto maestro-allievo apparentemente sano, si trasforma in una perversa spirale di dipendenza, manipolazione e violenza psicologica.

L’atmosfera del film è cupa, saturata da un’ansia palpabile che si insinua sotto la pelle dello spettatore. Tipping gioca abilmente con le luci e le ombre, creando un senso di disagio costante, quasi palpabile. Ricorda le atmosfere soffocanti dei film di David Fincher, quel senso di malessere insito nella quotidianità, ma con una dimensione quasi onirico-surreale che richiama, in certi momenti, il cinema di David Lynch, specie nell’ambiguità dei personaggi e nella loro complessità morale. Le scene sono costruite con cura maniacale, ogni dettaglio contribuisce a creare una tessitura visiva e narrativa densa di significati impliciti, di sottintesi che scuotono lo spettatore, lasciandolo immerso in un malessere che si protrae ben oltre i titoli di coda. La colonna sonora, un mix di elettronica minimal e suoni ambientali inquietanti, amplifica ulteriormente questa sensazione di disagio e tensione crescente, un sottofondo sonoro perfetto per lo sviluppo della trama, quasi fosse un personaggio a sé stante.

L’utilizzo dello spazio è particolarmente efficace. La location principale, la casa-palestra di Marlon Wayans, si trasforma in una metafora fisica della prigione mentale in cui viene intrappolato il giovane atleta. Le stanze strette, i corridoi labirintici, le luci soffuse, tutto contribuisce a creare un senso di soffocamento, di imprigionamento che rispecchia lo stato psicologico del protagonista. Questo utilizzo sapiente dello spazio richiama, in una certa misura, la maestria di Alfred Hitchcock nel creare suspense e terrore attraverso la regia, ma con un’estetica e una tematica decisamente più contemporanee. La claustrofobia non è solo fisica, ma anche psicologica, un senso di oppressione che si diffonde in ogni scena, in ogni dialogo.

L’interpretazione di Tyriq Withers è notevole. Trasmette con grande intensità la lotta interiore del suo personaggio, l’ambiguità del suo rapporto con l’allenatore, la graduale perdita di controllo e il crollo psicologico. È un personaggio complesso, non semplicemente una vittima, ma un individuo che si muove in una zona grigia morale, spesso in bilico tra la volontà di emanciparsi e la dipendenza quasi morbosa dal suo aguzzino. L’interpretazione, intensa e calibrata, non cade mai nella retorica, mantenendo una naturalezza che rende il personaggio ancora più credibile e coinvolgente. Allo stesso tempo, **Marlon Wayans** regala un’interpretazione magistrale di ambiguità; il suo carisma iniziale è inquietantemente irresistibile, la sua oscurità si insinua subdolamente, crescendo di intensità, con un’evoluzione graduale che si costruisce lentamente attraverso i suoi sguardi, le sue parole, il suo comportamento manipolatorio. Non è un semplice cattivo, è una figura sinistra e complessa, in cui la natura umana è rappresentata in tutte le sue contraddizioni e il suo lato oscuro viene messo a nudo.

Il film si distanzia dal genere horror tradizionale, evitando i cliché e le facili soluzioni. Non è un film di mostri o di splatter, ma un horror psicologico che scava a fondo nella psiche umana, esplorando temi universali come il potere, la manipolazione, la fragilità dell’identità e la ricerca ossessiva del successo. In questo senso, *HIM* si colloca nella scia di altri film horror contemporanei che abbandonano gli elementi sovrannaturali, concentrandosi invece sulla dimensione psicologica del terrore, come il capolavoro di Jordan Peele, Get Out, con cui condivide la capacità di utilizzare il genere horror per affrontare temi sociali e razziali, anche se con un approccio e uno stile narrativo del tutto differenti. Mentre Get Out è una metafora sociale più esplicita, HIM si concentra più sul degrado psicologico individuale, utilizzando l’orrore come strumento per esplorare la natura umana nella sua brutale complessità.

La presenza di **Julia Fox**, nel ruolo di un elemento disturbante e ambiguamente benefico, arricchisce ulteriormente la complessità narrativa. Il suo personaggio sfugge alla definizione facile, agendo come un catalizzatore che innesca eventi cruciali, ma allo stesso tempo lascia una profonda ambiguità morale nella sua natura e nei suoi intenti. Il suo ruolo è quello di una sorta di contrappunto, un’ombra che si staglia sul rapporto tossico tra allenatore e atleta, offrendo una prospettiva diversa e ampliando la gamma di interpretazioni possibili.

HIM non è un film facile da digerire. È un’esperienza visiva e psicologica che richiede attenzione, concentrazione e la capacità di confrontarsi con la complessità delle relazioni umane, e con i lati più oscuri della natura umana. Non è un’opera che cerca di dare risposte facili, ma piuttosto solleva questioni inquietanti, lasciando allo spettatore il compito di elaborare le proprie conclusioni. È un film che scuote, che lascia il segno, che rimane impresso nella mente molto tempo dopo aver spento le luci della sala. Un film da vedere, e da rivedere, per capirne a fondo le sfumature e le sottigliezze. Una pellicola che merita di essere studiata e analizzata, un’opera che si pone al di fuori degli schemi tradizionali del genere horror, elevandosi a un livello superiore di articolazione narrativa e di profondità psicologica. Un vero incubo in tuta da ginnastica, che lascia un inquietante, ma affascinante, segno sul panorama cinematografico contemporaneo.

Scheda Film

Voto: N/A

Regista: Justin Tipping

Cast: Tyriq Withers, Marlon Wayans, Julia Fox, Tim Heidecker, Jim Jefferies

Sceneggiatura: Zack Akers, Skip Bronkie, Justin Tipping

Data di uscita: 18 Set 2025

Titolo originale: HIM

Paese di produzione: United States of America

Vedi la scheda completa su IMDb →

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

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