Ci sono notizie che non arrivano come un fulmine, ma come il lento, inesorabile ritirarsi di una marea. La scomparsa di Robert Redford è una di queste. Non è solo un attore che se ne va, né un regista o un produttore. È un’intera costellazione di cinema che si spegne, un paradigma di divismo che tramonta per sempre. Con lui scompare una certa idea di Hollywood, quella del Novecento: un luogo di miti forgiati non solo dal talento, ma da un carisma quasi inspiegabile, da una bellezza che sembrava un certificato di nobiltà e da un’intelligenza che, nel suo caso, ha sempre remato contro la corrente della propria immagine.
Redford era l’archetipo del golden boy, il ragazzo d’oro della California, baciato dal sole e dal successo. Eppure, tutta la sua straordinaria carriera può essere letta come un tentativo, ostinato e brillante, di fuggire da quella gabbia dorata. È stato una delle più grandi star del pianeta, ma anche l’uomo che ha voltato le spalle a Los Angeles per trovare rifugio tra le nevi dello Utah. È stato il protagonista di colossal che hanno definito un’epoca, ma anche il padrino del cinema indipendente, il visionario che con il Sundance Institute ha creato un’alternativa, un santuario per le voci fuori dal coro.
Il suo volto è stata una delle tele più luminose su cui il cinema americano ha dipinto i suoi sogni e le sue disillusioni. Ma per comprendere davvero la grandezza e la dualità di Robert Redford, è necessario soffermarsi su due interpretazioni capitali, due ruoli che, come uno specchio a doppia faccia, ne riflettono l’essenza: il truffatore dal sorriso assassino de La Stangata e il solitario e taciturno uomo delle montagne di Jeremiah Johnson. Due capolavori che non sono solo i suoi vertici attoriali, ma la tesi e l’antitesi della sua stessa leggenda.
La Stangata: L’Arte della Truffa come Metafora del Cinema
Quando nel 1973 esce La Stangata (The Sting), Robert Redford è già una stella di prima grandezza. Il successo planetario di Butch Cassidy and the Sundance Kid lo ha consacrato, definendo la sua alchimia irripetibile con Paul Newman. Ma se in Butch Cassidy la loro era una ballata malinconica sulla fine del West e dei suoi miti, La Stangata è qualcosa di completamente diverso: un meccanismo a orologeria perfetto, un esercizio di stile sublime che eleva la truffa a forma d’arte. E in questo meccanismo, Redford è l’ingranaggio più affascinante e indispensabile.
Il suo Johnny Hooker è un imbroglione di mezza tacca, arrogante, impulsivo e accecato dal desiderio di vendetta per la morte del suo socio. È l’esatto opposto del sornione e paterno Henry Gondorff di Newman. Il loro rapporto è il cuore del film, ma è nella performance di Redford che lo spettatore trova il suo punto di vista. Noi siamo Hooker: entriamo nel mondo della “stangata” insieme a lui, ne impariamo le regole, ne subiamo le battute d’arresto e, alla fine, ne ammiriamo l’incredibile architettura.
Redford recita su un filo sottilissimo. Il suo sorriso, quel marchio di fabbrica che avrebbe potuto facilmente trasformarsi in una maschera, qui diventa uno strumento di scena. È un’arma di seduzione, una cortina fumogena dietro cui nascondere la paura e l’inesperienza. Guardatelo nelle scene in cui deve “recitare” la parte del pollo da spennare o del bookmaker arrogante: Redford non sta solo interpretando Hooker, sta interpretando Hooker che interpreta un ruolo. È un gioco di scatole cinesi di una finezza straordinaria. La sua performance è un saggio sulla fiducia: la fiducia che lui deve imparare a dare a Gondorff e la fiducia che noi, come pubblico, accordiamo ciecamente al film.
La Stangata, con la sua struttura a capitoli, i suoi fondali dipinti e la colonna sonora anacronistica e geniale di Scott Joplin, è un’opera profondamente meta-cinematografica. Non è un film realistico, è un film sull’artificio, sulla costruzione della finzione. George Roy Hill è il grande burattinaio, Newman il regista interno alla storia, e Redford è l’attore protagonista che ci guida dentro la magia. La sua interpretazione è la chiave di volta che rende credibile l’incredibile, che ci fa accettare di essere “truffati” e di goderne. È la quintessenza del divismo classico, dove il carisma dell’attore non è un vezzo, ma la condizione necessaria perché l’incantesimo del cinema possa compiersi.
Jeremiah Johnson: La Fuga dal Mito e la Nascita dell’Anti-Divo
Se La Stangata è il trionfo dell’artificio, della parola e del sorriso, Jeremiah Johnson (Corvo Rosso non avrai il mio scalpo!), girato appena un anno prima sotto la regia del sodale Sydney Pollack, ne è l’esatto contrario. È un film di silenzio, di solitudine e di natura selvaggia e brutale. È l’opera in cui Robert Redford prende la sua immagine di golden boy e la seppellisce sotto la neve, il fango e una barba incolta, compiendo il più radicale atto di anti-divismo della sua carriera.
Qui, Redford interpreta un ex soldato che, disgustato dalla civiltà, decide di abbandonare tutto per diventare un mountain man, un cacciatore solitario sulle Montagne Rocciose. Non c’è dialogo a spiegare le sue motivazioni; tutto è affidato al suo sguardo, alla sua fisicità. La sua è una performance quasi muta, un’immersione totale in un ambiente che è al tempo stesso sublime e ostile. All’inizio, Jeremiah è un dilettante, un uomo che rischia di morire di fame e di freddo. Il suo apprendistato alla sopravvivenza è raccontato per gesti, per tentativi ed errori. Redford costruisce il personaggio lentamente, strato su strato, facendoci percepire la fatica, il dolore e la determinazione.
Il film è una decostruzione spietata del mito della frontiera. Jeremiah cerca la libertà e la purezza, ma trova solo violenza, incomprensione e morte. La famiglia che costruisce quasi per caso gli viene strappata via in un modo atroce, non per malvagità, ma per un errore culturale, per un’offesa involontaria a un luogo sacro. Da quel momento, Jeremiah diventa una leggenda, il cacciatore di indiani Crow, ma questa leggenda è una condanna. L’uomo che voleva solo essere lasciato in pace diventa un fantasma, intrappolato in un ciclo di violenza senza fine.
L’interpretazione di Redford è di una modernità sconcertante. Comunica la progressiva morte dell’anima del suo personaggio con una sottrazione magistrale. Il suo volto, da speranzoso e determinato, diventa una maschera di ghiaccio, i suoi occhi azzurri si svuotano, riflettendo solo il paesaggio spietato che lo circonda. Il famoso gesto finale del film, quando incontra un capo Crow e, invece di combattere, alza la mano in un segno di pace e di stanchezza infinita, è uno dei momenti più potenti della storia del cinema americano. È la resa di un uomo che ha perso tutto, tranne una scintilla di umanità.
Jeremiah Johnson non è solo un capolavoro, è il manifesto poetico di Robert Redford. È la sua dichiarazione d’indipendenza da Hollywood, l’anticipazione della sua fuga reale tra le montagne dello Utah. È il film che dimostra che dietro il sorriso da un milione di dollari c’era un’anima complessa, un attore capace di spogliarsi di ogni orpello per raggiungere il cuore oscuro e solitario del sogno americano.
Un’Eredità Oltre lo Schermo
La carriera di Robert Redford è costellata di altri innumerevoli gioielli – dal giornalista idealista di Tutti gli uomini del presidente all’amante tormentato de La mia Africa – ma è nel dialogo tra Johnny Hooker e Jeremiah Johnson che si trova la sua vera essenza. L’uomo di mondo e l’uomo della natura. Il maestro della finzione e l’uomo in cerca di una verità irraggiungibile.
Oggi, mentre il mondo del cinema lo piange, la sua eredità appare più vasta che mai. Non ci lascia solo i suoi film, ma un intero ecosistema culturale, il Sundance, che ha cambiato per sempre le regole del gioco. Ha usato il suo potere di divo non per accumulare, ma per distribuire, per dare una possibilità a chi non l’avrebbe avuta.
Ci mancherà, quel sorriso sornione capace di convincerci di qualsiasi cosa. Ci mancherà, quello sguardo silenzioso perso nell’immensità delle montagne. Ci mancherà Robert Redford, l’ultimo, vero divo che ci ha insegnato che la fuga più coraggiosa, a volte, è quella da se stessi.