Tracciare la carriera di Robert Redford equivale a disegnare una mappa del cinema americano del secondo Novecento. Non è stato semplicemente una stella, ma una costellazione intera: un sistema complesso in cui ogni film rappresenta un punto luminoso, connesso agli altri da fili invisibili di tematiche, ossessioni e, soprattutto, da un costante e affascinante dialogo con la propria immagine. Redford è stato il paradosso vivente di Hollywood: un uomo la cui bellezza quasi mitologica lo ha reso un’icona globale, e che ha passato l’intera vita a usare quella stessa icona come cavallo di Troia per raccontare storie complesse, spesso critiche verso i miti che lui stesso sembrava incarnare.
Questo non è un semplice elenco, ma un viaggio attraverso diciotto tappe fondamentali, per capire come il golden boy del cinema sia diventato una delle sue coscienze più lucide e influenti, un attore che ha saputo essere, di volta in volta, seduttore, pioniere, cospiratore e fantasma.
1. La Fabbrica degli Orrori: Lo strano mondo di Daisy Clover (1965)
Agli albori della sua carriera, Redford sceglie un ruolo che è un manifesto. Interpreta Wade Lewis, un divo bisessuale, narcisista e vacuo, nella Hollywood degli anni ’30. È una performance audace e sgradevole, una critica feroce allo Star System fatta dall’interno. Invece di presentarsi come l’eroe romantico, sceglie di incarnare il lato oscuro della fama. È il suo modo di dire al mondo: “Sono più di un bel viso, e non ho paura di mostrarvi il marcio che si nasconde dietro il sorriso”.
2. Calore e Malinconia Sudista: Questa ragazza è di tutti (1966)
Primo di sette film con il suo regista-feticcio Sydney Pollack. Adattato da Tennessee Williams, il film lo vede nei panni di Owen Legate, un funzionario delle ferrovie che porta scompiglio nella vita di una fragile Natalie Wood. Qui Redford affina le corde del protagonista romantico, ma lo fa con una gravità e una malinconia che lo allontanano dal cliché. È un uomo pratico e silenzioso, il cui fascino risiede più in ciò che non dice. L’alchimia con Pollack è già evidente: il regista capisce che il potere di Redford sta nella sottrazione.
3. La Perfezione della Rom-Com: A piedi nudi nel parco (1967)
Se c’è un film che ha cristallizzato l’immagine di Redford come perfetto fidanzato d’America, è questo. Accanto a una vulcanica Jane Fonda, interpreta Paul Bratter, un avvocato rigido e convenzionale. La sua comicità è tutta giocata sulla reazione, sul suo essere un “uomo comune” travolto dal caos. È un ruolo che avrebbe potuto ingabbiarlo, ma che lui esegue con una leggerezza e un tempismo impeccabili, dimostrando di poter dominare anche il registro della commedia sofisticata.
4. La Nascita di una Leggenda: Butch Cassidy (1969)
Il punto di non ritorno. Il film che lo trasforma da stella a mito. Il suo Sundance Kid è l’archetipo del fuorilegge affascinante: veloce con la pistola, laconico, ma con un’anima romantica. La chimica con Paul Newman è storia del cinema, un duetto di sguardi, battute e silenzi che definisce il concetto di “bromance”. È un western revisionista, elegiaco e moderno, e Redford ne è il cuore malinconico. Non è un caso se chiamerà “Sundance” il suo impero.
5. L’Anti-Eroe Solitario: Gli spericolati (1969)
Nello stesso anno del trionfo di Butch Cassidy, Redford produce e interpreta questo film gelido e bellissimo, quasi un antidoto al suo stesso carisma. Interpreta Dave Chappellet, uno sciatore agonistico di un egoismo e un’ambizione mostruosi. Non cerca la simpatia del pubblico, anzi la respinge. È un ritratto spietato dell’atleta come macchina, interessato solo alla vittoria. Una scelta coraggiosa che dimostra la sua volontà di esplorare personaggi sgradevoli e di decostruire l’idea stessa di eroe sportivo.
6. L’Uomo che Diventò Mito: Corvo Rosso non avrai il mio scalpo! (1972)
L’apice della sua collaborazione con Pollack e forse la sua performance più pura. Un’opera quasi muta, un’epopea esistenziale sulla solitudine e sul rapporto tra uomo e natura. Il suo Jeremiah Johnson è un uomo che fugge dalla civiltà per trovare se stesso, ma finisce per diventare una leggenda violenta, prigioniero del mito che gli altri hanno costruito su di lui. È un’interpretazione fisica, interiore, che segna la sua definitiva presa di distanza dall’immagine patinata di Hollywood.
7. L’Integrità Perduta: Il candidato (1972)
Un film di una preveggenza quasi terrificante. Redford è Bill McKay, un avvocato idealista che viene convinto a candidarsi al Senato, con la promessa di poter dire ciò che vuole tanto perderà. Ma man mano che la vittoria diventa possibile, il suo messaggio si annacqua, i compromessi lo divorano. La battuta finale, “E adesso che si fa?”, è una delle più agghiaccianti della storia del cinema politico. Redford incarna perfettamente la corruzione dell’idealismo americano.
8. Il Divo allo Specchio: Come eravamo (1973)
Accanto a Barbra Streisand, in una delle storie d’amore più struggenti di sempre, Redford interpreta Hubbell Gardiner, lo studente d’oro, lo scrittore di talento, l’uomo perfetto. Ma il genio del film sta nel mostrare la debolezza dietro quella perfezione. Hubbell è un uomo che sceglie sempre la via più facile, che non ha il coraggio delle proprie convinzioni. È un ruolo quasi masochistico: Redford usa la sua immagine di perfezione per criticare quella stessa perfezione, per mostrarne il vuoto.
9. Il Piacere della Finzione: La stangata (1973)
Il trionfo assoluto. Riunito con Newman e George Roy Hill, Redford è Johnny Hooker, un truffatore la cui arroganza è pari solo alla sua abilità. È il carisma allo stato puro, un’interpretazione che è un gioco di prestigio continuo. Il film è una celebrazione dell’artificio e Redford ne è il maestro di cerimonie, guidandoci con un sorriso complice dentro un mondo dove nulla è come sembra. È il blockbuster d’autore per eccellenza.
10. Il Sogno Infranto: Il grande Gatsby (1974)
Un casting fisicamente perfetto che si rivela anche tematicamente potentissimo. Redford non interpreta solo l’aspetto esteriore di Gatsby, ma ne cattura l’essenza più profonda: una solitudine abissale mascherata da feste sfarzose, un’ossessione romantica che è in realtà una fuga dal proprio passato. Il suo Gatsby è un fantasma, e il suo famoso sorriso nasconde una disperazione infinita. Un ritratto indimenticabile del lato oscuro del Sogno Americano.
11. L’Uomo Comune nel Mirino: I tre giorni del Condor (1975)
Nel pieno del clima paranoico post-Watergate, Redford diventa il volto dell’uomo qualunque braccato da un potere invisibile e onnipotente. Il suo Joe Turner è un intellettuale, un lettore di libri della CIA che si ritrova a dover usare l’astuzia per sopravvivere. È un thriller teso e intelligente che cementa il suo status di eroe per un’era di cinismo e sfiducia.
12. Il Potere della Verità: Tutti gli uomini del presidente (1976)
Il suo capolavoro, come attore e come produttore. È lui a portare sullo schermo la storia di Woodward e Bernstein. Il suo Bob Woodward è l’antitesi dell’eroe d’azione: è meticoloso, paziente, quasi noioso. Il film è un thriller avvincente sul processo giornalistico, sulla fatica di cercare la verità. È l’opera che fonde perfettamente la sua fama di divo con la sua coscienza civile, usando il primo per servire la seconda. Ha cambiato per sempre il cinema politico.
13. Ritorno al Mito: Il migliore (1984)
Dopo anni di ruoli complessi e cinici, Redford torna a incarnare un mito puro, quasi fiabesco. Roy Hobbs è un giocatore di baseball leggendario, un eroe ferito che cerca una seconda possibilità. Il film di Barry Levinson è intriso di nostalgia e di un’aura di realismo magico, e Redford si offre al ruolo con una sincerità disarmante, abbracciando pienamente il suo status di icona americana.
14. L’Amore e la Libertà: La mia Africa (1985)
Un altro colossal romantico, ma venato di una maturità diversa. Il suo Denys Finch Hatton è un cacciatore, un avventuriero, un uomo che appartiene alla vastità della savana e non può essere posseduto da nessuno, nemmeno dalla donna che ama (Meryl Streep). È un ruolo che capitalizza sulla sua aura di indipendenza, l’uomo che, come Jeremiah Johnson, preferisce gli spazi aperti alle costrizioni della civiltà.
15. L’Intelligenza è un Gioco di Squadra: I signori della truffa (1992)
Una deliziosa commedia-heist che lo vede a capo di un gruppo di hacker e spie. Dimostra una grande intelligenza e umiltà nel mettersi al servizio di un cast corale, guidandolo con la sua autorità di veterano. È il ruolo dell’ “elder statesman”, carismatico e ironico, che si diverte a giocare con la sua immagine di ex-cospiratore.
16. Passaggio di Consegne: Spy Game (2001)
Un thriller teso e sottovalutato che lo mette di fronte al suo erede designato, Brad Pitt. È un gioco di specchi affascinante. Redford è il mentore anziano e disilluso, Pitt l’agente giovane e idealista. Il film è una riflessione meta-testuale sulla carriera di Redford stesso, sul passaggio del tempo e sull’evoluzione del divismo a Hollywood. La loro dinamica è elettrica.
17. La Sopravvivenza del Silenzio: All Is Lost – Tutto è perduto (2013)
A 77 anni, Redford regala una delle sue prove più estreme e potenti. Un tour de force quasi completamente muto, in cui interpreta un uomo solo, alla deriva nell’oceano, che lotta per la sopravvivenza. È un film che fa eco a Jeremiah Johnson: un’altra storia di un uomo contro la natura, un’altra performance interamente fisica. È la dimostrazione sconvolgente della sua essenza di attore, capace di comunicare tutto senza dire quasi nulla.
18. L’Ultimo Sorriso: Old Man & the Gun (2018)
Il suo annunciato canto del cigno. E non poteva esserci un addio più perfetto. Ritorna nei panni di un rapinatore di banche gentiluomo, Forrest Tucker, un uomo che rapina non per i soldi, ma per il piacere di farlo. È un ritorno al personaggio del fuorilegge affascinante della sua gioventù, ma tinto di una dolce malinconia. È un film che è un sorriso, un occhiolino finale al suo pubblico, un modo per dire: “È stato un viaggio magnifico”.
Il Padrino degli Indipendenti: La Rivoluzione Sundance
Dopo aver raggiunto l’apice del potere e dell’influenza a Hollywood, un uomo come Robert Redford avrebbe potuto adagiarsi sugli allori. Invece, compì l’atto più radicale e visionario della sua vita: usare quel potere per costruire qualcosa contro Hollywood. Frustrato dalla miopia del sistema degli Studios, nel 1981 fondò il Sundance Institute, un laboratorio protetto tra le montagne dello Utah, concepito come un rifugio per cineasti indipendenti dove poter sviluppare i propri progetti lontano dalle pressioni commerciali. Nel 1985, l’istituto prese in gestione un piccolo e traballante festival cinematografico a Park City, ribattezzandolo Sundance Film Festival. Fu una rivoluzione copernicana. Sundance è diventato il più importante trampolino di lancio per il cinema indipendente mondiale, responsabile della scoperta di talenti come Quentin Tarantino (Le Iene), Steven Soderbergh (Sesso, bugie e videotape), Paul Thomas Anderson e i fratelli Coen. Più di ogni suo film, Sundance è l’eredità più duratura di Redford: un atto di generosità e lungimiranza che ha democratizzato il cinema, dando voce a storie e autori che altrimenti non avrebbero mai raggiunto uno schermo.
L’Uomo che Amava la Terra: L’Impegno Ecologista
L’amore di Redford per la natura selvaggia, così potentemente incarnato in Jeremiah Johnson, non è mai stato una posa cinematografica. Era il nucleo della sua identità. Il suo impegno ecologista non è stato il vezzo di una celebrità, ma una battaglia combattuta per tutta la vita, fin da quando, da ragazzo, vedeva la natura della California erosa dallo sviluppo urbano. È stato un attivista decenni prima che diventasse una causa alla moda, lavorando instancabilmente come fiduciario del Natural Resources Defense Council (NRDC). La sua lotta per l’ambiente era la manifestazione concreta della sua filosofia: mentre lo star system celebrava il glamour artificiale di Los Angeles, lui usava la sua voce e le sue risorse per proteggere la bellezza autentica del West americano. Ha prodotto e narrato documentari, ha lottato contro la negazione del cambiamento climatico e ha trasformato la sua stessa terra nello Utah in un modello di conservazione. Il suo ambientalismo non era separato dalla sua arte; era la stessa ricerca di verità e autenticità che ha guidato tutta la sua carriera.
Da Daisy Clover a Forrest Tucker, la carriera di Robert Redford è stata una lunga, magnifica stangata ai danni delle convenzioni. Ci ha sedotto con il suo fascino per poi costringerci a pensare, ci ha mostrato il volto del sogno americano per poi rivelarne le crepe. Non è stato solo un divo. È stato l’autore intelligente e consapevole della propria, indelebile leggenda.